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Instagram sta cambiando il mercato dell’arte

È una moda in espansione e grazie alla sua vetrina virtuale sta trasformando il mercato dell’arte. A differenza di Twitter e Facebook, infatti, Instagram è un social fotografico basato sulle immagini e quindi può essere strumento molto utile per promuovere opere e artisti emergenti di ogni parte del mondo.

Nel 2017, l’imprenditore giapponese Yusaku Maezawa annunciò con un post su Instagram di aver pagato 110 milioni di dollari per acquistare da Sotheby un quadro del pittore statunitense Jean-Michale Basquiat. Il suo profilo guadagnò in pochi mesi più di 90mila followers, e nessuno dubita che nel frattempo il valore dell’opera sia aumentato…

Un altro esempio risale ormai a tre anni or sono, quando l’attore Pierce Brosnan entrò nella casa d’aste Phillips di Londra, si fece un selfie avendo alle spalle un’opera che a lui piaceva, “Lockheed Lounge”, una chaise-longue avveniristica di Marc Newson, scrisse a commento “Ora inizino le offerte!” ed infine postò il messaggio su Instagram, rivolgendosi ai suoi 164mila followers. Nel giro di una settimana l’opera fu venduta per 3,7 milioni di dollari, fissando il nuovo record mondiale per un oggetto di industrial design. Dunque, nulla di strano se i social siano oggi sempre più usati anche dalle imprese per promuovere, in modo più o meno dichiarato, i propri prodotti o servizi. L’unione tra politiche aziendali e creatività sta infatti generando un bilanciamento perfetto tra le leggi asettiche degli affari e il variopinto mondo dell’arte, soprattutto quando vengono coinvolte opere moderne e contemporanee.

Secondo una ricerca dell’Università Cattolica di Milano, le aziende che possiedono una collezione d’arte possono, con un po’ di pazienza, ottenere ritorni economici di assoluto interesse. Con il tempo, l’arte può diventare uno strumento molto utile per rafforzare l’immagine di un’impresa, soprattutto quando il marchio in questione si pone in termini di modernità, esclusività, globalismo culturale. Certo, non è facile misurare il ritorno generato da un investimento sull’immagine aziendale o su un marchio specifico, ma se la prospettiva è a medio e lungo termine, è molto difficile che un’attenta strategia non produca effetti positivi.

Va anche detto che è il mercato del contemporaneo a spingere ormai la gran parte delle quotazioni e delle compravendite. L'arte antica ha perso gran parte del suo appeal. Le ragioni, secondo la gallerista romana Miriam Di Penta sono molteplici: anzitutto, la tradizione borghese di avere almeno un'opera d'arte antica in casa è ormai quasi del tutto scomparsa, visto che la borghesia non si riconosce più come classe sociale ed ha abbandonato quasi tutti i suoi segni distintivi. Poi, l’arredamento moderno si accoppia meglio, almeno nella percezione comune, con opere contemporanee rispetto a quelle antiche. Infine, ma non ultimo, acquistare un’opera d'arte antica presenta margini di rischio che pochi acquirenti sono disposti a correre, visto che l'attribuzione dell’autore e/o dell’epoca può essere incerta. Al contrario, l’attribuzione di un autore contemporaneo, meglio se vivente, non presenta rischi, quindi l’investimento è economicamente più sicuro.

Attualmente, gli Stati Uniti dominano il mercato dell’arte con il 40% del fatturato mondiale, la Cina segue al secondo posto con il 24% e il Regno Unito si colloca al terzo con il 22%. Nell’insieme, i primi tre paesi cumulano l’86% del mercato. A grande distanza, seguono la Francia, con il 4,5%, la Germania (1,47%) e l’Italia (1,42%). Nel nostro paese, ormai, il mercato dell’arte genera un giro d’affari pari a 118 milioni di dollari nella prima metà del 2018 (cioè circa 240 milioni su base annua - fonte: Artprice.com). Sempre secondo Artprice, a dominare le operazioni commerciali per gran parte del ventunesimo secolo resteranno Cina e Stati Uniti.

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