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Italia: l’eterna attualità della sua storia

Nel 1852, nel Regno di Sardegna, il Centrodestra e il Centrosinistra conclusero un accordo politico per soffocare i moti rivoluzionari che avevano colpito il regno in seguito alla Rivoluzione di febbraio in Francia (1848). L’alleanza tra i due poli consentì di relegare i deputati più estremisti, di entrambe le sponde, all’opposizione. Nasceva in questo modo la tradizione, tutta italiana, dei governi di coalizione di centrodestra e centrosinistra disposti a governare insieme pur essendosi accapigliati per tutta la durata della campagna elettorale. Un deputato, Pier Dionigi Pinelli, coniò l’espressione il connubio per deridere questa strategia, volta ad arginare la contestazione e ad impedire cambiamenti di rotta.

Nell’Italia del 2018, i rappresentati del Centrosinistra e del Centrodestra, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, speravano di interpretare la classica scenetta del repertorio politico nazionale con la benedizione dell’Unione europea. Ma alle ultime elezioni, l’ “elettore comune” ha respinto questo copione fin troppo noto, manifestando nei confronti di Renzi e di Berlusconi un incontenibile desiderio di rivolta, paragonabile a quello dei garibaldini nei confronti del malcapitato Francesco II di Borbone, ultimo re delle Due Sicilie, quando sbarcarono a Marsala nel 1860.

Il 4 marzo una sorta di insurrezione popolare ha fatto strage alle urne, sia alla Camera che al Senato. La diffidenza dei mandanti nei confronti dei mandatari, e la sensazione che la vita politica continui ad essere paralizzata, sono fattori costanti della politica italiana. Le cause delle divergenze nella penisola sono ben note. L’unità d’Italia è recentissima (1861) e il suo completamento è avvenuto soltanto nel 1870. Il suffragio universale maschile ha dovuto attendere il 1912. La Repubblica è stata proclamata solo nel 1946, in seguito ad un referendum i cui risultati non furono plateali (la monarchia ottenne il 47,7%, malgrado la sua compromissione con il fascismo, e si contarono quasi un milione e mezzo di schede nulle). Nel meridione, che fu liberato dagli Alleati, e dove non si conobbe la guerra civile che lacerò il nord e il centro del paese tra il 1943 e il 1945, perdurò una certa benevolenza da parte delle fasce più popolari della popolazione per l’ormai defunto regime di Mussolini. A partire dal 1948, la Democrazia Cristiana e i suoi alleati hanno governato su scala nazionale. Mentre il partito Comunista (PCI), primo partito della sinistra (nel 1976 ottenne il 34% dei voti) è sempre rimasto stabilmente all’opposizione [1].

Sulla base della teoria del “trasformismo politico” (definizione che fa riferimento agli studi di Lamarck e Darwin), il potere in Italia dimostra di avere una particolarità. Così come le specie si evolvono per adattarsi ad un ambiente in continuo mutamento, il potere modifica se stesso per autoconservarsi. Esso tende la mano ai suoi avversari moderati, assorbendoli, considera i recalcitranti come nemici del regime e identifica se stesso con l’intero Stato. In Italia, l’organizzazione della vita pubblica non è mai stata fondata su una netta distinzione tra maggioranza e opposizione. Una vera e propria alternanza appare quindi impossibile, salvo arrivare ad una crisi di governo e obbligare gli incerti a fare un passo indietro.

Se sposiamo questa tesi, ne concludiamo che la vita politica è sempre stata paralizzata: in passato per via del PCI e della legittima inquietudine che esso ispirava; oggi, a causa delle élite italiane favorevoli all’Europa le quali, fino all’attuale crisi, avevano fatto prevalere la loro comune convinzione (non è possibile riformare l’Italia dall’interno, quindi diamo a Bruxelles il compito di spronarci in questa direzione) sulle loro chiare divergenze in materia di asilo politico, di immigrazione e soprattutto di nazionalità (naturalizzazione, ius soli o ius sanguinis).

Ne consegue che moltissimi italiani, di entrambe le fazioni, hanno avuto la sensazione che il loro fermo desiderio di cambiamento radicale in relazione a temi quali l’asilo politico, l’immigrazione e la nazionalità, non potesse trovare espressione né in seno al partito Democratico, come era prevedibile, né in seno a Forza Italia, prigioniera della sua eurofilia incondizionata e solidale con le rigide norme giuridiche imposte dall’Unione europea. La grande maggioranza del paese ha voluto quindi ricordare ai suoi eletti che non erano stati scelti come sentinelle della nazione, ma come esecutori della volontà popolare. Vilfredo Pareto (1848-1923), studioso del rapporto tra popolo ed élite, aveva ragione: “La storia è un cimitero di aristocrazie”.

[1] Salvo l’astensione al governo Andreotti del 1976 e l’appoggio esterno nel 1978, ad un altro governo Andreotti, per fronteggiare il rapimento Moro – ndt.

© Guillaume Perrault, 2018, Le Figaro