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L'America è sotto-tassata

Robert J. Samuelson assume una posizione abbastanza bi-partisan nel denunciare quanto, sia tra i Repubblicani, sia tra i Democratici, non si intravede alcuna seria intenzione di ridurre l'enorme deficit e il gigantesco debito degli Stati Uniti. Ai politici italiani dovrebbero fischiare le orecchie, come suol dirsi...

nota della redazione

Noi americani stiamo portando avanti il dibattito sbagliato. La discussione sui tagli alle tasse annunciati da Trump ruota quasi interamente attorno a due domande: la riduzione delle aliquote darà un’accelerazione alla crescita economica? La proposta di riforma fiscale è generosa con i ricchi e avara con le classi meno agiate?

Si tratta senza dubbio di interrogativi interessanti, ma alquanto irrilevanti in un’ottica di benessere a lungo termine del paese.

La verità è che non possiamo permetterci alcuna riduzione del gettito fiscale. Abbiamo bisogno di più tasse, non il contrario. Il confronto dovrebbe concentrarsi sulla natura delle nuove tasse da introdurre (personalmente proporrei la carbon tax), sulle tempistiche di tale riforma e su quanto un’accorta politica di tagli alla spesa potrebbe attenuare l’incremento delle tasse.

Per dirla in altre parole: gli americani sono “sottotassati”. Non in senso assoluto e filosofico, come se esistesse un livello ideale di tassazione che non abbiano ancora raggiunto, ma in senso pragmatico e utilitaristico. È da cinquant’anni che non copriamo i costi della spesa pubblica attraverso il gettito derivante dalle imposte.

Naturalmente, ci sono momenti in cui indebitarsi (generando un deficit di bilancio) è inevitabile e auspicabile: guerre, crisi economiche, emergenze nazionali. Ma la nostra assuefazione al debito va ben oltre questi eventi eccezionali. Abbiamo alimentato il nostro debito sia quando l’economia era forte, sia nei periodi di debolezza; con livelli di inflazione elevati e con un’inflazione contenuta; quando le dinamiche di produttività erano favorevoli, ma anche quando non lo erano.

Dal 1961 – non è la prima volta che lo faccio presente, lo ammetto – solo cinque volte i bilanci federali hanno registrato un surplus. Eccedenze che, invariabilmente, coincidevano con lunghi periodi di crescita economica i quali avevano incrementato le entrate fiscali del governo: nel 1969, sulla scia del boom economico degli anni Sessanta; e negli anni 1998-2001, per effetto del grande sviluppo tecnologico degli anni Novanta.

A parte questi rari intervalli, è stato un susseguirsi di disavanzi di bilancio. Dal 1990 al 2016, l’indebitamento ha rappresentato quasi il 14% della spesa federale annuale – cioè un dollaro su sette – secondo i calcoli effettuati dal Committee for a Responsible Federal Budget, un organo indipendente che pubblica analisi favorevoli ad un bilancio equilibrato.

Alla luce delle politiche attuali, dubito che le cose possano migliorare. L’invecchiamento dei baby boomer sta dilatando la spesa per la previdenza sociale e l’assistenza sanitaria. Il budget destinato alle spese militari è stato probabilmente sottostimato. Lo stesso vale per i tanti programmi pubblici di natura discrezionale.

Malgrado l’“ottimistico” scenario, l’Ufficio di bilancio del Congresso stima che il deficit pubblico ($666 miliardi nel 2017) aumenterà in misura maggiore rispetto alla crescita economica.

I nostri governanti ignorano la regola del pareggio di bilancio, perché è una pratica impopolare. È quella che Eugene Steuerle, dell’Urban Institute, definisce la “politica a scarso impatto”: modesti tagli di spesa e limitati aumenti di tasse. Agli americani piace avere un grande apparato statale, solo che lo vorrebbero gratis.

L’indebitamento rappresenta la soluzione più semplice, poco visibile alla maggior parte degli americani, crea l’illusione di avere "qualcosa senza dare nulla in cambio" e permette ai repubblicani di spacciarla per una riduzione fiscale. I loro tagli alle imposte aggraverebbero il debito di ulteriori $1500 miliardi per 10 anni, anche se la cifra più realistica, secondo il Committee for a Responsible Federal Budget, è pari a 2100 miliardi.

Le proposte dei democratici sono leggermente migliori, puntano a rilanciare il welfare, pur sapendo che ciò provocherebbe un disavanzo aggiuntivo di $10.000 miliardi spalmato sui prossimi dieci anni, secondo una stima dell’Ufficio di bilancio.

L’implicito presupposto che giustifica enormi e continui disavanzi – celato dietro la retorica politica – è che questi non rappresentano un vero pericolo per l’economia: possiamo continuare a indebitarci all’infinito senza subire alcuna conseguenza.

Davvero possiamo?

Lo smisurato indebitamento del governo federale pone tre pericoli potenziali. Primo, potrebbe determinare un aumento dei tassi di interesse e "scoraggiare" gli investimenti privati, che sono essenziali per avere migliori standard di vita. Secondo, potrebbe scatenare il panico nei mercati finanziari, qualora gli investitori privati non comprassero più i titoli del Tesoro, se non a tassi di interesse molto elevati. Infine, un enorme debito statale potrebbe impedire al governo di indebitarsi ulteriormente nel caso di una crisi vera e propria.

Nessuna di queste ipotetiche calamità si è ancora verificata, né mai si verificherà, forse. Tuttavia, le teorie economiche le ritengono prevedibili. Si dice che gli investitori globali vogliano i titoli cosiddetti "sicuri", e che i titoli di stato statunitensi siano considerati tali. La domanda di Treasury su scala globale potrebbe sostenere il deficit a stelle e strisce (che produce ulteriori titoli di debito) per anni. Ma è come giocare d’azzardo: se si perde, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. A un certo punto, la domanda di "titoli sicuri" potrebbe indebolirsi. E i deficit troppo elevati potrebbero rendere questi titoli meno sicuri. Una società responsabile non dovrebbe spingersi fino a sperimentare i limiti del possibile e dell’impossibile.

Non è il nostro caso, purtroppo. È ormai evidente che non siamo più responsabili. È assolutamente necessario colmare il profondo divario tra la spesa pubblica e le entrate fiscali. Ma, naturalmente, non è ciò che sta avvenendo.

© 2017, The Washington Post