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L’assurdo divorzio tra Europa e Russia

L'Unione europea ha bisogno della Russia tanto quanto la Russia ha bisogno della Ue

Il 15 novembre 2017, la Duma di Mosca ha approvato all’unanimità una legge che permette di segnalare come “agenti stranieri” i media internazionali presenti sul territorio della Federazione russa. Questo voto, espresso dalla Camera bassa del parlamento, rappresenta la risposta del Cremlino all’analoga presa di posizione americana nei confronti del canale satellitare RT (Russia Today) - uno dei canali di Stato controllati dal presidente Putin - ma coinvolgerà di sicuro anche i media europei.

Per quanto di per sé poco significativo, questo provvedimento enfatizza tuttavia un processo di carattere sostanzialmente geopolitico risalente al 2008 e identificabile con lo sfaldamento delle relazioni tra Russia ed Unione europea. E non era certo opportuno che Vladimir Putin, saldamente al potere dall’anno 2000, si allontanasse sempre di più dall’Unione europea alla quale si era sempre sentito vicino sia culturalmente che politicamente.

Durante i primi nove anni del suo “regno”, Putin aveva scelto di tendere la mano all’Occidente, la cui strategia di buon vicinato con la Cina era qualitativamente molto superiore a quella russa. Al cospetto del ministro francese degli Affari Esteri, Hubert Védrine, in visita a Mosca nel febbraio del 2000, Putin aveva espresso l’auspicio che l’Europa aiutasse la Russia a costituire in casa propria uno Stato di diritto e una legislazione commerciale simili a quelli europei.

In seguito agli attentati islamici dell’11 settembre 2001, i russi offrirono tutto il loro sostegno logistico agli americani che entravano in guerra contro il terrorismo (la ben nota “war on terror” del presidente Bush). Dopo la caduta di Kabul (novembre 2001) e la fuga strategica dei talebani, gli americani organizzarono a Francoforte una conferenza internazionale per la ricostruzione e la democratizzazione dell’Afghanistan, conferendo questa missione alla NATO. Memori delle enormi difficoltà incontrate nel corso della loro stessa presenza militare sul territorio del “Regno dell’Insolenza”[1] (1979-1989), i russi tentarono di dissuadere l’America dal ripetere lo stesso errore.

L’America non prestò ascolto, ma la Russia mantenne il suo sostegno logistico all’esercito americano. Di nuovo, i russi non approvarono l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein (marzo 2003). Eppure, non solo non fecero nulla per opporvisi, ma entrarono anche a far parte di tutte le strutture di concertazione alle quali le istituzioni europee di Bruxelles li invitarono.

L’irrigidimento di Putin fu provocato da due fenomeni: l’ulteriore apertura ad est della NATO (a cui aderirono nel 2004 anche i paesi baltici) e le rivoluzioni democratiche “colorate” delle ex-repubbliche sovietiche più vicine alla Russia (Ucraina, Georgia, Kirghizistan…). Ragionando da geopolitico – convinto quindi che la geografia conti più dell’economia nel determinare la potenza di un paese – Putin ebbe la sensazione che gli Stati Uniti cercassero di accerchiare la Russia. Ma la Casa Bianca ha mai realmente avuto questo progetto? È lecito dubitarne, specie considerando quanto negli ultimi due decenni gli americani abbiano dimostrato di non avere una chiara visione strategica complessiva. Ma in diplomazia, si sa, la percezione conta sempre più della realtà. Se il Cremlino stava diventando paranoico, doveva essere compito degli europei tranquillizzarlo. Cosa che non abbiamo fatto.

In merito all’ultima crisi ucraina, Francia, Germania e Polonia hanno sprecato un’opportunità storica non premurandosi di far applicare l’accordo politico firmato da ucraini filo-russi e filo-occidentali il 21 febbraio 2014; un accordo che, pure, quei tre paesi avevano brillantemente negoziato e del quale si erano resi garanti. Conseguenze di questa incomprensibile disinvoltura europea sono state l’annessione della Crimea, la secessione di Donbass, le sanzioni contro la Russia e le contro-sanzioni adottate da Mosca.

Le reazioni militari russe, spesso “ibride”, erano forse legittime? No. Esse contraddicevano la garanzia di integrità territoriale che il presidente della Russia aveva concesso all’Ucraina, nel dicembre del 1994,  in cambio della sua denuclearizzazione. Putin, che in casa propria è considerato un centrista, è stato fortunatamente abbastanza saggio da bloccare i suoi “cosacchi” (i falchi in politica estera - NdT) prima che questi tentassero di creare una continuità territoriale tra la Russia e la penisola di Crimea. Il vero problema è che le dispute intorno al Mar Nero e alla regione situata al di là del fiume Dnepr hanno distratto sia l’Europa che la Russia dalle grandi sfide contemporanee. Il loro divorzio è assurdo se si pensa alle minacce che il radicalismo islamico pone alle loro civiltà e alle sfide che la strategia commerciale cinese pone alle loro economie. L’Unione europea ha bisogno della Russia per contrastare l’egemonismo commerciale della Cina, mentre la Russia ha bisogno dell’Europa per cercare di garantirsi ciò che maggiormente le fa difetto: uno Stato di diritto.


[1] Antico nome dell’Afghanistan

© Renaud Girard, 2017, Le Figaro