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L’automazione rivoluzionerà 375 milioni di posti di lavoro entro il 2030

La McKinsey svela le vere sfide della rivoluzione digitale e pone di nuovo al centro dei giochi l’essere umano, che consuma e produce.

Rinunciare ai robot già a partire dal titolo, significa accettare di perdere immediatamente una buona parte dei potenziali lettori, che nell’articolo non troveranno ciò che li appassiona. Ma non saremo più “realisti del re”: a ben vedere, l’ultimo studio del McKinsey Global Institute, intitolato Lavori perduti, lavori guadagnati: l’evoluzione della forza lavoro nell’era dell’automazione, non si limita a considerare soltanto le macchine androidi destinate a prendere il posto degli esseri umani. “L’automazione del lavoro si estende su un territorio ben più vasto, poiché riguarda sia la componente hardware di un robot o di un rilevatore, sia quella che supporta i software e gli algoritmi che trasformeranno tutte le procedure di ogni singola impresa”, spiega Éric Labaye, direttore associato senior della McKinsey.

La ricerca rivela che “fra i lavori attualmente esistenti, solo uno su venti potrebbe essere svolto in modo completamente automatico, senza bisogno dell’intervento dell’uomo. Tuttavia, circa il 60% dei mestieri è automatizzabile almeno per un terzo delle sue attività”. Dunque, le possibilità di sviluppo sono enormi, ma i margini di incertezza sono altrettanto ampi. La proiezione più accreditata formulata dalla McKinsey prevede che 375 milioni di persone, ovvero il 14% della mano d’opera mondiale, dovranno cambiare mestiere e acquisire nuove competenze proprio a causa del processo di automazione nel mondo del lavoro.

Peraltro, questa media, calcolata su base mondiale, può trarre in inganno. Sicuramente, anche le economie emergenti dovranno evolvere; ma cambiare sarà un imperativo categorico soprattutto per le nazioni sviluppate. Negli Stati Uniti, in Giappone e in Germania – paesi sui quali la McKinsey ha condotto ricerche specifiche – la percentuale di persone che sarà costretta a cambiare radicalmente il proprio modo di lavorare potrebbe raggiungere rispettivamente il 32%, 46% e 33%.

Altrove, la pressione dovuta al cambiamento sarà minore. Solo il 13% dei cinesi, il 6% degli indiani e il 10% dei messicani la subirà: questi popoli si muovono in realtà più giovani, con economie meno prossime alla “frontiera tecnologica”, nelle quali le forme di lavoro più tradizionali mantengono ancora ampi margini di evoluzione.

Per le nazioni evolute, “il fatto davvero nuovo è che questa volta tutti i mestieri, senza eccezione, sono coinvolti in modo più o meno diretto nella rivoluzione digitale. Le professioni non verranno eliminate, ma trasformate. Per le imprese, la sfida più ardua è la riorganizzazione del lavoro. Dovranno essere sufficientemente flessibili da sostenere la creazione di mestieri legati alle nuove tecnologie dell’informazione; con la consapevolezza, per esempio, che nel 2030 quasi un decimo delle professioni sarà costituito da mestieri che oggi nemmeno immaginiamo”, fa notare Éric Labaye.

Coinvolte tutte le professioni

La McKinsey ha analizzato la relazione fra i vari mestieri e l’automazione. Competenza, capacità di relazionarsi con il pubblico, abilità nel gestire le attività: queste sono le tre qualità che caratterizzano le professioni mediche, l’insegnamento e la direzione d’impresa, e che le rendono meno soggette all’automazione.

Al contrario, i lavori che prevedono la raccolta e il trattamento di dati ufficiali o la manipolazione di oggetti sono i lavori più a rischio. Questo però non significa che i mestieri manuali siano destinati a scomparire. “I giardinieri, gli idraulici o coloro che accudiscono i bambini e gli anziani, operando tutti in condizioni imprevedibili, svolgono mansioni più difficili da automatizzare, percependo, tra l’altro – precisa la McKinsey –, salari relativamente bassi”.

© Jean-Pierre Robin, 2017, Le Figaro