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L’illusione dell’innovazione

Un articolo piuttosto pessimista, che ricorda le tesi di quello che negli anni '70 fu noto come il Club di Roma, per il quale i "limiti dello sviluppo" avrebbero impedito ogni progresso economico. I fatti hanno ampiamente smentito quelle tesi. Il tempo ci dirà se anche le idee dell'economista Robert J. Gordon avranno la stessa sorte (dal canto nostro, siamo inclini a pensare che mr. Gordon stia sbagliando).

nota della redazione

Una ricerca appena pubblicata dall’economista Robert J. Gordon della Northwestern University cerca di risolvere un grande dilemma del nostro tempo: perché la crescita economica ha rallentato mentre l’innovazione sembra in fase di accelerazione? E, già che c’è, Gordon contribuisce a chiarire lo scontro tra l’amministrazione Trump, la quale ritiene che la crescita possa essere migliorata, e i suoi detrattori, che invece hanno molti dubbi in proposito.

L’economia “reale”, di cui abbiamo esperienza diretta ogni giorno, e quella definita dalle statistiche sono due cose notevolmente diverse. La prima sembra traboccante di innovazione, dagli smartphone alle auto a guida autonoma. Invece, l’economia delineata dalle statistiche è fiacca. Gordon sottolinea che, tra il 1970 e il 2006, negli Stati Uniti la crescita economica media è stata del 3,2% annuo, mentre tra il 2006 e il 2016 è stata dell’1,4%.

Secondo Gordon, si tratta di una diminuzione pesantissima che non va trascurata, perché una crescita economica sostenuta genera un maggior gettito fiscale, utile per “affrontare i problemi dello Stato, come le carenze del sistema educativo, l’obsolescenza delle infrastrutture e l’imminente scarsità di risorse per la Social Security e per il programma Medicare”, senza contare l’enorme deficit di bilancio.

Come si spiega il rallentamento della crescita economica?

Se ne facciamo una pura questione di numeri, la crescita economica è composta da due parti. La prima è la forza lavoro, cioè il numero di lavoratori e il tempo che essi destinano al lavoro. La seconda è costituita dalle loro capacità e dalla complessità del lavoro, cioè il valore aggiunto: un chirurgo è più “produttivo” rispetto a uno spalatore, per fare un esempio qualsiasi.

Gordon sostiene che, diversamente da quanto potrebbe suggerire il senso comune, lo scarso aumento della produttività non è la causa principale della minore crescita economica. Secondo i suoi calcoli, quasi i tre quinti (il 57%) della ridotta crescita economica tra il 2007 e il 2017 derivano dai cambiamenti nella forza lavoro. Il più evidente è il pensionamento dei lavoratori della generazione baby boom. A ciò si aggiunge l’uscita dal mercato del lavoro di molti uomini nel pieno delle loro capacità, cioè di età compresa tra i 25 e i 54 anni.

Questi cambiamenti sono significativi di per sé, ma la loro forte incidenza sembra anche escludere che la minor crescita economica sia in gran parte dovuta alla minor crescita della produttività – indotta da nuove tecnologie, nuovi prodotti e/o nuovi processi organizzativi.

Più esattamente, soltanto i due quinti (il 43%) della minor crescita economica sono attribuibili alla minor crescita della produttività. Gordon riconosce l’importanza dello tsunami causato dai nuovi servizi web, come Facebook, YouTube o eBay, ma ritiene che la loro notorietà e visibilità faccia apparire il loro impatto economico ben più grande del reale. Si tratta di innovazioni di gran lunga meno importanti di molte invenzioni precedenti, come l’automobile o l’energia elettrica.

Lo scontro tra l’amministrazione Trump e coloro che ne criticano la politica economica verte intorno all’efficacia delle politiche governative, cioè se queste siano in grado - e in che misura - di modificare tali tendenze macro. Può il governo far aumentare la crescita economica oltre ai livelli, piuttosto deludenti, su cui è oggi attestata?

Trump e i suoi consulenti in materia economica affermano di sì. Secondo loro, le politiche fiscali favorevoli alle imprese sono in grado stimolare gli investimenti nei settori tecnologicamente più avanzati. La produttività crescerà di più e ciò andrà a sostenere la crescita economica globale. Questa è la teoria alla base dei tagli fiscali e del Jobs Act, approvati dall’amministrazione Trump negli ultimi mesi dello scorso anno.

Ma gli avversari di Trump invitano alla prudenza: scondo loro, i trend negativi che colpiscono l’economia rispecchiano problemi sociali profondi, che resistono al cambiamento. Scrive Gordon: “il miglioramento dell’istruzione avvenuto nel secolo scorso è stato una causa importante di crescita della produttività”, ma “tale crescita ha segnato visibilmente il passo dopo il 1980”. La verità è che da decenni cerchiamo di migliorare il sistema educativo, ma con risultati del tutto modesti, nei casi migliori.

Oppure, consideriamo il calo del numero di uomini attivi presenti nel mercato del lavoro. Gordon sostiene che il problema principale “rispecchia in larga parte la perdita di opportunità d’impiego stabile a medio reddito”. Secondo Gordon, il risultato è che si hanno meno matrimoni, un maggior uso di droghe e più suicidi. Nessuna di queste tendenze può essere facilmente invertita. Su un campione di 20 paesi sviluppati, gli Stati Uniti sono i penultimi per quanto riguarda la presenza di giovani attivi nella composizione della forza lavoro complessiva, e solo l’Italia ha una percentuale più bassa.

A quanto pare siamo entrati in una nuova era dell’economia, definita più dai limiti del nostro potere economico che dalle sue promesse. Il boom delle nuove tecnologie sembra averci ingannati e indotti a pensare che l’innovazione sia in grado, come per magia, di ridare vitalità all’economia. Stando ai numeri, si tratta di un’illusione.

© 2018, The Washington Post