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L’oro tedesco rientra in patria

Il signor Carl-Ludwig Thiele, uomo di notevole statura e di fisico robusto, è uno dei consiglieri di amministrazione della Bundesbank, la banca federale tedesca. Cinque anni fa i suoi pari grado gli conferirono un incarico molto speciale: riportare in Germania l’oro depositato a New York, Londra e Parigi. Non uno scherzo.

Attualmente, la Germania è il maggior detentore di oro al mondo dopo gli Stati Uniti: ne possiede 3378 tonnellate, per un controvalore di 119 miliardi di euro. Ma il 22% di questo tesoro è stato per molti anni custodito all’estero, presso le tre banche centrali anzidette (sebbene quella di New York sia solo una delle 12 banche regionali che compongono il sistema della Federal Reserve americana). Ciò significa che il signor Thiele ha dovuto gestire il rientro in patria di ben 54mila lingotti d’oro, ognuno del valore di circa 500mila euro. Una operazione delicata e complessa che ha richiesto, per l’appunto, ben cinque anni per essere completata.

John Maynard Keynes bollò la convertibilità della carta moneta in oro come un relitto del passato, una cosa “arcaica” senza più alcun senso. E da quando gli accordi di Bretton Woods abolirono ufficialmente la convertibilità, negli anni ’70, molti Stati hanno drasticamente ridotto le proprie riserve auree. Tuttavia, l’oro non ha mai perso lo status di bene rifugio per eccellenza. Quando le economie vanno in crisi o quando i governi minacciano guerra, molti risparmiatori tornano improvvisamente ad acquistarlo. Basti pensare che tra il 2007 e il 2011, a cavallo della grande crisi, il prezzo dell’oro passò da 650 a 1800 dollari l’oncia.

Durante la Seconda guerra mondiale, il regime nazista saccheggiò le riserve auree dei paesi che aveva occupato. La Reichsbank nascose circa 4 tonnellate d’oro all’interno della BRI, la Banca dei Regolamenti Internazionali con sede a Ginevra. Così, a guerra finita, nel 1948, gli alleati vincitori scoprirono che i caveau della banca centrale tedesca erano praticamente vuoti…

Fu nel corso del boom economico degli anni ’50 e ’60 che la Germania ovest cominciò ad accumulare grandi riserve di oro, grazie ai proventi del forte surplus commerciale. D’altronde, per i tedeschi l’oro ha un particolare significato “protettivo”: la drammatica esperienza dell’iperinflazione negli anni ‘20 è rimasta impressa a fuoco nella memoria nazionale. La Bundesbank, utilizzando i dollari che gli esportatori le versavano in cambio di marchi nazionali, comprava oro.

Ma Francoforte, sede della Bundesbank, si trovava a soli 100 km dal confine con la Germania Est, a sua volta pienamente controllata dall’Unione Sovietica. Così, per molti decenni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ogni governo tedesco ha ritenuto più prudente lasciare che i lingotti d’oro acquistati restassero presso le banche centrali venditrici, al riparo dai rischio di una invasione sovietica, come appunto New York, Londra o Parigi. Naturalmente, dopo il crollo del muro di Berlino, questo rischio è rapidamente svanito. Così, piano piano, anche su pressione di alcuni deputati che volevano avere informazioni certe sulla quantità d’oro in possesso dello Stato, la Bundesbank ha iniziato il rimpatrio dei lingotti depositati all’estero. Si iniziò nei primi anni Duemila, riportando in patria 930 tonnellate che erano depositate presso la Bank of England, a Londra.

Il trasporto dell’oro non è una cosa facile, visto che un lingotto occupa poco spazio (l’equivalente di un litro d’acqua) ma pesa circa 12 chili. Anche per questo motivo, la Bundesbank non ha mai rivelato le modalità con cui si è organizzato il rientro dell’oro a Francoforte. Quasi certamente, si è trattato di una lunga serie di piccoli trasferimenti, poco alla volta, per evitare di correre rischi eccessivi.

Gli oltre 4400 lingotti provenienti da New York hanno dovuto seguire un percorso più tortuoso degli altri. Essendo tutti a forma di parallelepipedo (simili a mattoni squadrati), e quindi poco maneggevoli, sono stati prima trasferiti in Svizzera, per essere fusi e ricreati secondo il formato trapezoidale previsto dal London Good Delivery standard. Da qui, rinnovati e “riformati”, i lingotti hanno ripreso il viaggio verso Francoforte. Infine, pochi giorni fa, il signor Thiele ha tenuto la conferenza stampa con la quale ha annunciato il completamento dell’intera operazione. Forse questo evento certifica più di ogni altro la completa fine della guerra fredda in Europa. A quanto pare, la Russia non è più considerata una minaccia militare per l’Europa.

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