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L’ossessione per l’abolizione della privacy dei ricchi non è altro che rabbia malriposta

Siamo diffidenti nei confronti dei ricchi e del loro potere, eppure, anche se lo Stato ha molta più influenza di loro sulle nostre vite, non gli riserviamo lo stesso trattamento

Quando domenica scorsa è scoppiato lo scandalo dei Paradise Papers, ho colto il canale News della BBC in flagrante vena di faziosità. Il fatto che la regina, nel 2005, abbia investito offshore parte del suo denaro, ha scatenato un coro di “non va bene”, “oh, no, così non va”, “così non va proprio!”. Più o meno come se un nudista, rivolgendosi a un passante, dicesse: “se non ti piace ciò che vedi, girati dall’altra parte!”.

Prima di affrontare la questione della privacy nel pagamento delle tasse, confutiamo l’idea assurda che Sua Maestà sia colpevole di qualcosa. Innanzitutto, la legge permette gli investimenti offshore; in secondo luogo, la regina paga le tasse su tutti i redditi che incassa; infine, il flusso di denaro connesso a questi redditi non è gestito da lei, ma dal ducato di Lancaster, che formalmente è guidato da un membro del Governo, con la carica di Cancelliere del Ducato di Lancaster.

Nel 2005, il cancelliere era nominato dal partito laburista. La sinistra è certamente entusiasta all’idea che la regina sia dipinta come una sorta di pirata dell’alta finanza, ma la responsabilità non è sua, quanto piuttosto dei politici e degli speculatori. Ammesso che di responsabilità si possa parlare perché, ripeto, nulla di ciò che ha fatto Elisabetta II è illegale.

Ma la questione ci riguarda davvero? Nel caso della regina forse sì, perché si tratta di una figura di interesse pubblico, ma in generale no. Il desiderio di sapere che cosa fanno gli altri del loro denaro è malsano e ha solo una motivazione: spremerli di tasse fino all’ultimo centesimo.

In gioventù, quand’ancora ero socialista, avrei detto che quest’idea è ottima. Tutti noi traiamo beneficio dalla spesa pubblica e più uno è ricco, più dovrebbe contribuire. Ma ora che sono diventato vecchio e cinico, ho cambiato idea: non è giusto che i ricchi paghino per gli errori che lo Stato commette.

Lo Stato è cresciuto sempre di più, senza che siano cresciute di pari passo le sue capacità, e la parte di tasse pagata dai benestanti è triplicata dagli anni Settanta ad oggi. Questa situazione non è sostenibile e, riconoscendo questa realtà, i governi moderati, per lungo tempo, hanno tollerato una serie di scappatoie fiscali per evitare che le galline delle uova d’oro migrassero definitivamente all’estero.

Se un governo laburista radicale arrivasse a chiudere ogni via di fuga, gli investitori si trasferirebbero in massa. I paradisi fiscali esercitano una pressione indiretta sui politici per costringerli a non alzare le tasse oltre un livello ragionevole. Se i paradisi fiscali fossero cancellati dal mondo, il peso delle tasse, qui da noi, diventerebbe insostenibile.

Allora, visto che dobbiamo sopportare l’esistenza dei paradisi fiscali, perché non optare per una completa trasparenza? La risposta è semplice: ciò che vale per gli uni vale anche per gli altri, quindi se chi è molto ricco fosse costretto a permettere il pieno accesso ai propri conti bancari, anch’io e tutti voi saremmo soggetti alla stessa regola.

Nel mio conto, devo dire, ci sono solo briciole. L’unico paradiso fiscale che un pover’uomo come me potrebbe mai permettersi è la parte del letto sotto al materasso. Ma non è questo il punto: la privacy è un principio per la cui salvaguardia vale la pena di rinunciare a una parte del gettito fiscale.

Non è una cosa politicamente corretta da scrivere, in un’epoca di populismo come questa, ma io la penso così. Siamo portati a credere che i ricchi abbiano troppo potere e influenza, ma questi elementi non possono competere con uno Stato che ha a disposizione tecnologie sempre più sofisticate e che ha una crescente tendenza ad indagare e regolare ogni aspetto delle nostre vite.

Prendiamo ad esempio la patente di guida. Per guadagnarsi il diritto di andare a passo d’uomo su una superstrada dietro a un camion per il trasporto del bestiame bisogna pagare e superare sia l’esame di teoria che quello di pratica, pagare l’assicurazione e la revisione, nonché il bollo e le tasse sul carburante. Non solo il governo ci intima la velocità cui dobbiamo andare, ma la regola in modo punitivo ricorrendo agli autovelox: un insulto, visto che su molte delle nostre strade ci sono più buche che sulla superficie della luna.

Siamo tutti talmente abituati a pagare il Grande Fratello, affinché ci dica cosa dobbiamo fare, che abbiamo smesso di farci caso. Eppure, il grande Moloch ha un bel fegato: è lo Stato a ridistribuire le tasse della regina, è un ramo dello Stato a gestire il patrimonio della regina e ora è sempre lo Stato, tramite la BBC, ad indagare su questi fatti e a divulgarli.

Occorre dire basta. Questa è la missione a cui è storicamente chiamato il partito conservatore: organizzare la resistenza alle guerre contro la libera impresa e la ricchezza, difendere il giusto processo, salvaguardare i diritti degli individui.

Negli ultimi anni, tuttavia, i conservatori hanno cavalcato l’onda dell’emotività, terrorizzati dall’idea che ciò che i laburisti dicono delle tasse, della giustizia o del welfare corrisponda a ciò che l’elettorato crede. In realtà, i conservatori dovrebbero smettere di leggere Twitter e iniziare a parlare con qualcuno dei loro elettori più razionali.

E’ vero, ogni volta che i conservatori si schierano contro il populismo fiscale, si guadagnano titoli tremendi sul Guardian, ma continuano a vincere le elezioni, perché gli elettori sanno come funzionano le cose, meglio dei laburisti e dei funzionari statali.

Da decenni assistiamo all’espansione del potere della polizia, degli insegnanti, dei burocrati statali, degli assistenti sociali e degli esattori fiscali, tutti protetti dalla deferenza che si ritiene dovuta ai funzionari pubblici e dal loro presunto agire in nome dell’interesse collettivo. Ma, allora, chi agirà in nome dell’interesse individuale? I conservatori devono farlo, e in fretta, prima che tutti noi si sia costretti ad emigrare – per esempio – alle Bermuda, dove bere piña colada sotto un sole esentasse.

© Telegraph Media Group Limited (2017)