I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra.
Logo 01
Content
Top

L’Unesco ha perso ogni credibilità e Donald Trump ne trae le conseguenze

Invece di criticare il presidente degli Stati Uniti per la decisione presa (l’uscita dall’Unesco), gli altri paesi occidentali dovrebbero seguire il suo esempio.

Nel mondo hollywoodiano in cui i media ci fanno vivere, si dà per assodato che il presidente degli Stati Uniti sia uno zoticone rozzo e incoerente, e che da lui ci si debba aspettare solo il peggio. Di conseguenza, la sua decisione di portare gli Stati Uniti fuori dall’Unesco non può che essere sbagliata. In questo contesto ideologizzato, desidero spiegare come anche Donald Trump possa rappresentare il volto della coerenza.

Non è la prima volta che un presidente americano decide di abbandonare l’organo delle Nazioni Unite incaricato, in teoria, di promuovere l’educazione e la cultura. A suo tempo, Ronald Reagan - anche lui all’epoca schernito dall’autoproclamato “Partito del Bene” - aveva lasciato questo forum internazionale a causa del suo orientamento filocomunista e terzomondista.

Questa volta, il presidente disprezzato dai media ha preso la stessa decisione, essenzialmente a causa della patologica ossessione anti-israeliana dell’Unesco. È interessante notare che, da stando a quanto si legge sulla stampa internazionale, questa ossessione non sarebbe un dato oggettivo, ma solo una fantasia delle autorità statunitensi, evidentemente “troppo sensibili”. Ora, è dalla aberrante negazione di questa tragica quanto accecante realtà che tutti gli israeliani, di qualunque orientamento, traggono la convinzione di dover affrontare da soli l’irredentismo ostile e costante dei loro nemici.

Alcuni esempi riguardo al comportamento dell’Unesco verso Israele o verso il popolo ebraico dimostrano quanto i media, con la loro cecità, siano complici di tale ostilità. Nel 1995, quando le Nazioni Unite celebrarono il loro 50° anniversario, l’Unesco si rifiutò di menzionare la Shoah nella sua risoluzione sulla Seconda Guerra Mondiale, ignorando deliberatamente la richiesta di Israele di inserirvi un riferimento alla distruzione del giudaismo europeo.

Nel 1996, l’Unesco organizzò un convegno su Gerusalemme nella sede parigina dell’organizzazione. Nessun gruppo ebraico o israeliano fu invitato. Nel 2001, ancora l’Unesco promosse la “Dichiarazione del Cairo: documento per la preservazione delle Antichità di Gerusalemme”, che muoveva false accuse contro Israele per la distruzione delle vestigia islamiche presenti nella Città Vecchia di Gerusalemme. Accuse decisamente ironiche, in quanto è noto che, dopo la distruzione ordinata dal Wafd (l’autorità musulmana incaricata di gestire la spianata delle moschee), gli archeologi israeliani furono costretti a ricercare penosamente fra le macerie i resti dell’antichità.

Nel gennaio 2014, l’Unesco annullò una mostra organizzata a Parigi per illustrare la presenza ebraica sulla nella terra d’Israele attraverso i secoli, dall’epoca biblica ai giorni nostri. Sei mesi più tardi, in seguito alle proteste dell’amministrazione Obama, fu però costretta a confermare l’evento. Inoltre, in un rapporto dell’Unesco sulla scienza, il medico e talmudista Maimonide (1138 – 1204), che visse in Andalusia, in terra d’Israele e poi in Egitto, viene annoverato come musulmano con il nome di “Moussa Ben Meimoun”. Così, il teologo fu convertito post mortem all’Islam grazie al revisionismo degli storici che lavorano all’Unesco.

Ma sono sicuramente le surreali risoluzioni dell’ottobre 2016 e del maggio 2017 che hanno definitivamente annientato la credibilità dell’organizzazione che si vorrebbe consacrata alla cultura. Questa volta, ogni riferimento alla storia ebraica e cristiana in Terra Santa è stato solennemente negato a vantaggio di una riscrittura islamica della storia romana, a dispetto del fatto che l’Islam è nato 700 anni dopo l’avvento dell’ebreo Gesù.

Il Muro del Pianto è stato letteralmente messo tra parentesi, mentre il tempio di Erode è stato distrutto per la terza volta - con un tratto di penna – allo scopo di esaltare il cavallo di Maometto che spicca il volo da una moschea verso il cielo. La Francia si è piegata a votare la prima risoluzione e si è lasciata andare all’astensione sulla seconda. Poi, per completare l’opera, nel luglio 2017 l’Unesco ha riconosciuto la Tomba dei Patriarchi della Città Vecchia di Hebron come “sito palestinese”, classificato come patrimonio “a rischio” a causa dell’amministrazione israeliana.

Va però precisato che l’Organizzazione culturale delle Nazioni Unite era rimasta in silenzio quando la Tomba di Giuseppe, luogo sacro per gli ebrei, era stata deliberatamente incendiata durante l’Intifada e trasformata in meta di pellegrinaggio per i musulmani.

In realtà, l’atteggiamento dell’Unesco esprime una coerenza intellettuale impeccabile se si considera la sua costante collaborazione con l’Isesco (Islamic Educational, Scientific and Cultural Organization), l’organismo culturale internazionale dell’Organizzazione della Conferenza Islamica. Secondo l’Isesco, la storia biblica e i templi ebraici sono solo invenzioni, i monumenti ebraici sono tesori islamici rubati dai sionisti e i lavori archeologici degli israeliani costituiscono atti criminali contro i musulmani. Secondo l’ideologia asservita dell’Unesco, gli ebrei sono un popolo di invasori, mentre i musulmani - che hanno conquistato il paese nel settimo secolo - diventano i discendenti diretti dei primi Cananei, con un sorprendente salto acrobatico nel tempo.

Dietro l’abbandono di Israele da parte dell’Occidente si cela l’abbandono suicida dell’Occidente verso se stesso e la propria cultura giudaico-cristiana. Può dunque capitare che un volgare zoticone si dimostri più coerente di tanti raffinati signorini.

© Gilles-William Goldnadel, 2017, Le Figaro