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La Cina e la sfida globale per il primato nel sapere scientifico

Due importanti istituzioni scientifiche statunitensi, la National Science Foundation e il National Science Board, hanno pubblicato di recente un voluminoso documento intitolato “Indicatori in materia di scienza e di ingegneria”, che descrive su base biennale lo stato dell’avanzamento tecnologico negli Stati Uniti. Vi si trovano fatti e cifre su Ricerca & Sviluppo, Innovazione, Ingegneria applicata. Ma la più importante conclusione che si trae dal rapporto è di tipo diverso: la Cina è diventata, o sta per diventare, una superpotenza in campo scientifico e tecnologico.

Difficile, del resto, aspettarsi altro. Scienza e tecnologia stanno alla base d’ogni società economicamente avanzata e di ogni potenza militare: la Cina aspira alla leadership mondiale in entrambe le cose. E i numeri da essa raggiunti lasciano stupefatti per la velocità con la quale sono stati raggiunti.

Nemmeno un quarto di secolo fa l’economia cinese era assai poca cosa e il suo settore high-tech pressoché inesistente. Ma da allora ad oggi, secondo gli indicatori utilizzati nel report, ecco cosa è avvenuto:

- la Cina è diventata il secondo paese del mondo per investimenti in Ricerca & Sviluppo, contribuendo per il 21% alla spesa globale nel settore, pari nel complesso a duemila miliardi di dollari nel 2015. Solo gli Stati Uniti la superano, ma se il tasso di crescita resterà a questi livelli, la Cina guadagnerà presto la prima posizione. Dal 2000 al 2015, gli investimenti cinesi in R&S sono aumentati ad una media del 18% all’anno, oltre quattro volte il tasso di crescita negli Stati Uniti, che è del 4%;

- il numero di pubblicazioni dei ricercatori cinesi in materia tecnico-scientifica è esploso. Sebbene sia gli Stati Uniti che l’Europa producano più studi sui temi biomedici, la Cina è al primo posto negli studi di ingegneria. Le pubblicazioni scientifiche americane sono ancora quelle più citate, facendo supporre che trattino importanti questioni inerenti la ricerca di base, ma anche qui la Cina guadagna terreno;

- la Cina ha enormemente allargato la forza lavoro nel settore tecnico-scientifico. Dal 2000 al 2014, il numero di laureati in materie scientifiche ed in ingegneria è salito da 359.000 a 1,65 milioni. Nello stesso periodo, i laureati dello stesso tipo negli Stati Uniti sono cresciuti da 483.000 a 742.000.

Il settore tecnologico cinese non è solo in espansione, esso è diventato anche più ambizioso. L’high-tech cinese consisteva, in passato, nell’assemblaggio di componenti ad alta complessità fabbricati altrove. Adesso, secondo il rapporto, le produzioni integralmente cinesi si estendono in aree come i super-computer e l’aeronautica per il trasporto civile.

Ovviamente, occorre fare dei distinguo. La Cina è ancora indietro nella registrazione di nuovi brevetti. Nell’ultimo decennio, gli inventori americani hanno registrato la metà dei brevetti a livello mondiale, e il resto è stato per lo più appannaggio di europei e giapponesi. Inoltre, bisogna considerare che la Cina ha una popolazione di 1,4 miliardi di persone, oltre quattro volte quella americana, ed è naturale che abbia bisogno di un maggior numero di scienziati e di ingegneri.

In un mondo perfetto, privo di nazionalismi e di conflitti di natura economica, razziale o etnica, questi sviluppi non sarebbero allarmanti. Le conquiste tecnologiche tendono a diffondersi, e i progressi fatti in Cina possono avvantaggiare anche altri paesi, e viceversa. Ma in un mondo ancora pieno di conflitti, la forza cinese in questi settori rappresenta una potenziale minaccia, come non ha mancato di sottolineare a più riprese la Commissione del Congresso americano che supervisiona lo stato dei rapporti economici e della sicurezza nelle relazioni USA-Cina.

Uno dei pericoli segnalati è quello militare. Se la Cina realizzasse qualche scoperta decisiva in un settore cruciale – come nella tecnologia dei satelliti, nella guerra informatica, nell’intelligenza artificiale o negli armamenti elettromagnetici – il risultato potrebbe essere la rottura dell’equilibrio strategico e, forse, la guerra.

Anche se ciò non dovesse accadere, avverte la Commissione, l’intento della Cina di acquisire il predominio in nuovi settori, come l’intelligenza artificiale, le telecomunicazioni e la computeristica, potrebbe portare a guerre economiche. Infatti, queste diventerebbero probabili nel caso in cui la Cina dovesse continuare ad elargire sussidi pubblici alle proprie imprese e ad attuare politiche discriminatorie dirette ad avvantaggiare le produzioni nazionali.

Come sottolinea l’ultimo rapporto della citata Commissione “Industrie come la computeristica, la robotica e le biotecnologie, rappresentano i pilastri della competitività statunitense, perché creano e sostengono milioni di posti di lavoro ad alto reddito e forte valore aggiunto”. La perdita della leadership in attività trainanti per la crescita globale porterebbe ad un indebolimento dell’economia americana. La sottrazione fraudolenta di segreti industriali da parte della Cina rafforza questo pericolo.

In questa sfida per il primato tecnologico, la migliore risposta degli Stati Uniti consiste nel rafforzamento dei fattori che sono alla base del suo sviluppo tecnologico. Ad esempio, rivedendo le politiche d’immigrazione, per favorire l’ingresso di persone altamente qualificate e disincentivare o vietare i ricongiungimenti familiari; aumentando la spesa nel settore della difesa, con investimenti nelle nuove tecnologie per contrastare l’espansione cinese in questo campo; o ancora, incrementando gli investimenti federali nella ricerca di base (che è finanziata per lo più dal governo e, sorprendentemente, negli ultimi anni ha subìto tagli di spesa).

Per usare le parole del presidente della Fondazione Nazionale per le Scienze, France Cordova: “Siamo nel mezzo di un corsa globale alle nuove conoscenze. Oggi possiamo dirci leader nell’innovazione, ma gli altri paesi guadagnano terreno rapidamente”.

Se è chiaro perché la Cina abbia individuato nelle tecnologie avanzate la locomotiva del proprio sviluppo economico, è meno chiaro, ma di importanza decisiva, se vi sia da parte nostra la volontà e la capacità di riconoscere questo stato di cose, e di farvi fronte.

© 2018, The Washington Post