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La Cina ha un piano per dominare il mondo

"Spiacente, amici miei, ma è questo il modo in cui sorgono e crollano gli imperi". David Ignatius.

nota della redazione

Le parole cordiali che i presidenti Trump e Xi Jinping si sono scambiati nell’ultimo mese hanno smussato gli angoli del potenziamento economico e militare della Cina che un recente studio commissionato dal Pentagono non ha esitato a definire come «probabilmente il più ambizioso piano strategico intrapreso da una singola nazione nell’era moderna».

Al vertice di Pechino del 9 novembre, Xi ha ripetuto la usuale e congeniale richiesta di cooperazione tra le parti «in cui sono tutti vincenti», e Trump ha risposto a tono, definendo Xi «un uomo molto speciale». Trump ha anche protestato per il surplus commerciale cinese, ma per lo più la visita è stata una sviolinata in favore della cooperazione Sino-Americana.

Quello che però ha catturato la mia attenzione è stato l’accenno alle grandi ambizioni della Cina fatto da Xi durante il brindisi di quella serata. Xi ha citato un proverbio cinese secondo il quale «nessuna distanza, nemmeno le remote montagne ed i vasti oceani, potranno mai impedire a coloro che hanno perseveranza di raggiungere la propria meta». Ha poi citato un adagio di Benjamin Franklin: «Colui che sa avere pazienza, può avere ciò che desidera». Si tratta di un sintesi efficace della quieta ma inarrestabile marcia della Cina verso lo status di superpotenza globale.

L’ascesa della Cina è stata così rapida e gentile nei modi che è facile perdere di vista quanto velocemente Pechino abbia accresciuto la sua capacità d’irradiare potere. Lo stile lento e ipnotizzante degli anni anteriori all’ascesa di Xi, riassumibile nello slogan cinese del “nasconditi e poi colpisci”, è stato sostituito da ciò che gli analisti statunitensi riconoscono essere oramai una aperta, evidente, corsa al potere.

La strategia «America first» di Trump ha facilitato, senza volerlo, il potenziamento della Cina. La retorica dell’amministrazione americana sul riequilibrio nei rapporti commerciali è stata aspra, ma i risultati effettivi modesti. Nel mentre, Trump ha smantellato il patto della Trans-Pacific Partnership e si è ritirato da altre alleanze a guida statunitense, spianando la strada al nuovo network cinese di istituzioni globali, inclusi il piano per il commercio euroasiatico “One Belt, One Road” (OBOR) e la “Asian Infrastructure Investment Bank” per il finanziamento di progetti a guida cinese.

L’ampiezza della sfida cinese nei confronti dell’ordine mondiale a trazione americana è descritta in due studi, non pubblicati ma non confidenziali, commissionati dall’Air Force statunitense.

Secondo il primo, la vastità dell’influenza cinese nell’Eurasia supera quella perseguita con il Piano Marshall del 1947, che cementò il potere americano nell’Europa post bellica. Il rapporto stima che le infrastrutture del piano OBOR forniranno mille miliardi di dollari di supporto economico cinese a favore di oltre 64 paesi, mentre il Piano Marshall garantì circa 150 miliardi di dollari, in valuta attualizzata, per lo più in favore di 6 paesi. Lo studio definisce il piano OBOR come «un programma inedito per dimensioni e portata, avente lo scopo strategico di costruire un nuovo ordine a guida cinese nella regione Eurasiatica».

La Cina sta costruendo l’infrastruttura del proprio potere. Lo studio descrive, per esempio, come Pechino stia finanziando una serie di porti negli Stati della regione dell’Oceano Indiano, inclusi lo Sri Lanka, la Malesia, il Pakistan, la Birmania, Gibuti, il Kenya e gli Emirati Arabi Uniti. L’investimento atteso è di circa 250 miliardi di dollari.

La Cina ha anche investito 13,6 miliardi di dollari in Grecia, acquisendo il controllo del porto del Pireo e una larga quota azionaria nelle società elleniche che gestiscono servizi pubblici e fibra-ottica. «La Grecia serve alla Cina come testa di ponte strategica in Europa», nota il rapporto.

La Asian Infrastructure Bank, nel frattempo, ha approvato progetti di investimento per 16 miliardi di dollari in 10 paesi, inclusi tradizionali alleati dell’America, come l’Egitto, l’India e l’Oman. I cinesi stanno costruendo linee ferroviarie, verso l’Europa ed ogni parte dell’Asia, che permetteranno loro di aggirare le rotte marittime controllate dagli Stati Uniti. La Cina può già contare su 40 rotte ferroviarie dirette verso 9 diversi paesi europei.

Il dominio americano è stato costruito in parte anche sul primato dei nostri laboratori scientifici e tecnologici, che hanno attirato i migliori e più brillanti da ogni parte del mondo. Ma i cinesi ci stanno sfidando anche su questo terreno. Come nota il citato rapporto, la Cina sta lanciando almeno 50 joint-ventures con le nazioni aderenti all’OBOR per la collaborazione su laboratori scientifici e tecnologici ed ha progettato di formare nei prossimi cinque anni fino a 5.000 scienziati, ingegneri e manager stranieri.

Nello stesso momento in cui gli scienziati stranieri si allontanano da alcuni dei laboratori americani per i timori legati alla politica dei visti e alla garanzia di mantenimento dei finanziamenti governativi, i cinesi stanno invece rilanciando. Secondo l’altro studio commissionato dall’Air Force, la Cina sorpassa gli Stati Uniti nelle domande annuali di brevetto, è ormai al 2° posto per articoli scientifici soggetti a “peer review” (valutazione da parte di altri scienziati – NdT), e nel 2014 ha rilasciato più del doppio dei diplomi/lauree in materie scientifiche e tecnologiche, in ingegneria ed in matematica.

La Cina sta mobilitando i suoi migliori talenti in campo tecnologico per la costruzione di questo impero globale. “China Telecom” progetta di stendere qualcosa come 150.000 chilometri di rete in fibra ottica attraverso 48 nazioni africane. IZP, società nel settore del big-data, pianifica l’espansione in circa 120 paesi. BeiDou, una compagnia governativa, sta costruendo un sistema di navigazione satellitare analogo al GPS, attivo su tutta l’Eurasia.

Nel mondo di oggi si diffonde l’inquietante sensazione che la Cina stia correndo per porsi al ponte di comando della tecnologia e del commercio. Nel mentre, sotto l’insegna “America First”, l’amministrazione Trump protegge i minatori dell’industria del carbone e mette in discussione la scienza in materia di cambiamenti climatici.

Spiacente, amici miei, ma è questo il modo in cui sorgono e crollano gli imperi.

© 2017, The Washington Post