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La crisi dell’Arabia Saudita e i possibili scenari futuri

Sebbene sembri uno scenario quasi surreale, forse, e sottolineiamo forse, il principe saudita Mohammed bin Salman potrebbe rivelarsi uno dei più efficaci alleati dell'Occidente nella guerra contro il terrorismo islamico.

nota della redazione

Si tratta di un copione collaudato: un leader emergente arresta i suoi rivali politici, con l’accusa di corruzione, per aprirsi la strada verso il potere. In genere, questo tipo di giochetti non favorisce gli interessi americani – basti pensare a Putin e Xi Jinping.

Ma in Arabia Saudita c'è motivo di essere cautamente ottimisti, dopo le recenti epurazioni di numerosi rivali compiute dal principe ereditario Mohammed bin Salman – epurazioni che comprendono attuali ed ex ministri, membri della famiglia reale e miliardari vari.

In un regno tradizionalmente governato attraverso il compromesso e il consenso, può sembrare un’operazione rischiosa. Ma, troppo spesso, compromesso e consenso hanno prodotto una politica saudita bifronte. I modernizzatori sono stati costantemente costretti a trovare un accordo con i reazionari, con il risultato che le riforme del passato hanno funzionato solo a metà.

Ecco il primo motivo per cui il presidente Trump ha lodato l’operato del trentaduenne sovrano arabo. In due tweet, Trump ha dichiarato di valutare positivamente il giro di vite in Arabia Saudita, aggiungendo che alcuni dei dignitari arrestati avevano prosciugato il paese per anni.

Sarebbe facile derubricare la dichiarazione di Trump al suo innato istinto di ammirazione per i leader autoritari. Ma sarebbe fuorviante.

Innanzitutto, il genero di Trump, Jared kushner, coltiva da circa un anno relazioni con il principe saudita, erede designato, almeno formalmente. Il primo contatto è avvenuto durante il periodo di transizione, secondo quanto hanno dichiarato funzionari dell'amministrazione Trump. Le relazioni sono state tenute vive nel periodo in cui Kushner ha avuto l'incarico di rivitalizzare il processo di pace in Medio Oriente e di sostenere le nuove iniziative anti-estremiste annunciate a Riyad a marzo scorso.

Alcuni attuali ed ex funzionari dell’amministrazione Trump mi hanno rivelato che Kushner ha esercitato pressioni all'interno del Consiglio per la Sicurezza Nazionale affinché gli Stati Uniti appoggino la politica del principe saudita. Kushner è stato l'artefice della prima visita oltreoceano di Trump come presidente, recatosi proprio in Arabia Saudita per segnalare il sostegno americano all'agenda riformista di Mohammed bin Salman.

Insomma, Kushner, benché sia un principiante in materia di politica estera, se paragonato agli esperti che compongono il Consiglio, si sta muovendo nella direzione giusta. Infatti, Mohammed bin Salman ha pubblicamente dichiarato di voler guidare l'Arabia Saudita nella direzione auspicata da anni dai presidenti americani, sia democratici che repubblicani. Il che significa impedire il finanziamento dei gruppi terroristi; colpire i religiosi integralisti che diffondono l’ideologia dell'odio estremista; consentire alle donne di guidare e partecipare attivamente alla vita pubblica; ammettere investimenti dall'estero; modernizzare un esercito ormai obsoleto.

Numerosi esperti, però, temono che il giovane principe stia agendo troppo rapidamente.

“In Arabia Saudita, occorre muoversi lentamente, con cautela e all’interno di un consenso generale”, mi ha detto di recente Simon Henderson, direttore del programma di politiche energetiche del Washington Institute for Near East Policy. Ha aggiunto che il principe ereditario non sembra di quest’avviso e sta mettendo a soqquadro il regno saudita in un modo piuttosto avventato.

La critica maggiore mossa nei confronti di Mohammed bin Salman riguarda la sua scarsa attenzione al metodo del consenso politico, proprio nel momento in cui il regno potrebbe lanciare una guerra contro l’Iran e una guerra politico-diplomatica nei confronti di un altro Stato del Golfo, il Qatar. La crisi iraniana ha recentemente ripreso vigore, dopo che l’Arabia Saudita ha accusato l’Iran di aver fornito un missile balistico allo Yemen, poi lanciato verso l’aeroporto di Riyad dai ribelli Houti e intercettato dai sauditi. L’Iran nega le accuse, ma l’Arabia Saudita parla di un esplicito atto di guerra.

Per alcuni osservatori, le epurazioni e l’escalation dei toni sono il modo migliore per andare verso il disastro. In un recente editoriale, l’ex analista della CIA Bruce Riedel considera molto pericolosa la tattica del principe ereditario. “Arrestare, e forse anche eliminare, gli avversari politici non incoraggia gli investitori”, ha scritto su The Daily Beast (sito web di informazione statunitense). “Alimentare la violenza settaria non può creare altro che caos”.

Riedel probabilmente ha ragione. Ma c’è anche da considerare la situazione pregressa. Per anni, gli Stati Uniti hanno chiesto ai sauditi di modernizzare il paese e di unirsi all’Occidente nella guerra globale contro l’estremismo religioso, che i sauditi indirettamente supportavano attraverso scuole islamiche e falsi enti di beneficienza sparsi nel mondo. I sauditi hanno provato a introdurre riforme, ma il cambiamento è stato molto lento. In definitiva, anche se i metodi del principe Salman appaiono rischiosi, essi mostrano chiaramente che la sua impazienza è ormai pari a quella dei suoi alleati occidentali.

© 2017, Bloomberg