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La destra dovrebbe smettere di usare il linguaggio della sinistra

Sono molti gli elementi che attualmente frenano la ricostruzione della destra, in modo particolare quella dei repubblicani: i postumi della sconfitta di François Fillon, l’attrazione esercitata da parte del presidente della Repubblica su diverse personalità considerate di destra, l’opportunismo dei “Costruttivi” (gruppo di ex repubblicani in dialogo con la maggioranza di governo - NdT), le polemiche di alcuni esponenti e le ambizioni personali. A rischio di sembrare troppo ottimista, questi elementi sembrano comunque essere puramente congiunturali: il loro effetto è destinato ad attenuarsi progressivamente.

D’altra parte, non dimentichiamo che in uno degli scenari elettorali peggiori che la destra abbia mai conosciuto - ovvero nel momento del massimo discredito in cui era caduto il candidato Fillon - quest’ultimo è riuscito comunque ad ottenere il 20% dei voti al primo turno, un fatto assolutamente non trascurabile. Quindi, la congiuntura è pessima in questo periodo, ma le prospettive non sono così buie se si è in grado di leggere tra le sfumature. Esiste, tuttavia, un elemento strutturale che indebolisce la posizione dei repubblicani e che sta emergendo in maniera molto evidente in occasione delle imminenti elezioni per la presidenza del partito.

Anche quando difende idee conservatrici e propone argomenti liberali, la destra si serve di un lessico, di espressioni e di concetti coniati dalla sinistra. E, naturalmente, una volta adottata la semantica della sinistra, diventa molto difficile per la destra sostenere fino in fondo le proprie idee. Il pensiero di destra espresso con un linguaggio di sinistra finisce, così, per coincidere con una serie di lapsus o di "atti mancati" (paraprassie), e molto spesso non risulta essere né carne né pesce. La destra francese ha perso la battaglia semantica già da lungo tempo. Ed è condannata a perdere ancora molte battaglie elettorali, se non si decide in fretta ad affrontare la questione del linguaggio politico. Vediamo alcuni esempi di tranelli relativi alla lingua della sinistra.

La destra – quella del partito Les Republicains – viene spesso qualificata come “destra repubblicana”. Ma chi è che le conferisce questa patente di “virtù" repubblicana? La sinistra, naturalmente! In altre parole, è la sinistra a definire i contorni di ciò che la destra può essere. E, a partire dal momento in cui la sinistra fissa i confini della destra, è inevitabile che essa ne condizioni anche la qualità del programma politico. Ma se, poniamo il caso, un malcapitato osa oltrepassare tali confini, questi è destinato ad essere scomunicato non soltanto dalla sinistra, ma anche dal suo stesso partito, poiché tutti direbbero che egli non appartiene più alla “destra repubblicana”. È quindi la sinistra, complice la semantica, a definire la destra.

Insomma, per uscire da questa trappola è necessario che il più importante partito di destra si autodefinisca, operando una riconciliazione con il linguaggio di destra. È per questo motivo che ho suggerito l’appellativo di “partito conservatore”. Ma mi è stato replicato, da più parti, che questa ipotesi non era contemplabile, che non sarebbe mai stata accettata. Da chi, aggiungo io? Certamente, non dalla sinistra, la quale non vede affatto di buon occhio che una parte della destra possa darsi un nome, autodefinendosi. Mi è stato anche detto che questa definizione andava contro la tradizione francese, una cosa ridicola se si considera che è stato proprio Chateaubriand a dare a questo termine il suo significato politico! Diciamo piuttosto che il “Super-Io” culturale di molti uomini di destra è, in realtà, fondamentalmente di sinistra. La verità è che gran parte del vocabolario politico francese è costellata di trappole semantiche, di “falsi amici”, di tranelli, di “zeppe” linguistiche che immancabilmente alterano l’espressione del pensiero di destra, snaturandolo. Sono due gli aggettivi che oggi imperversano: “sociale” e “repubblicano”. Non appena essi vengono accostati ad un sostantivo o ad un altro aggettivo, la loro accezione slitta sistematicamente a sinistra. Perché dire “i valori della Repubblica”, quando “le libertà fondamentali” avrebbe molto più senso? Perché parlare di “scuola repubblicana” se il concetto di “istruzione pubblica” è molto più denso di significato? Perché invocare così spesso “la giustizia sociale”, che rappresenta un concetto indefinibile, quando sarebbe molto più pertinente parlare di “giustizia ed equità”? Perché continuare a parlare di “capitalismo” (invariabilmente “selvaggio”) quando il termine più adeguato è “economia di mercato” oppure “libera economia”?

Inoltre, esistono tutti quei concetti e quei termini, che possiedono un autentico significato nel pensiero della destra, il cui utilizzo viene spesso traslato o trascurato, quando invece essi sono portatori di elementi essenziali nell’ambito di un progetto conservatore e liberale: autorità, bene comune, fiducia, famiglia, nazione, responsabilità. Le parole, specie quelle scelte con cura, possono rivelare l’essenza di un progetto politico. Questa battaglia del linguaggio è cruciale. È necessario ed estremamente urgente che gli uomini politici di destra si riapproprino di un vocabolario coerente con le loro idee.

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Jean-Philippe Vincent è professore di Economia presso la facoltà di Scienze Politiche, a Parigi. È autore di “Qu’est-ce que le conservatisme? Histoire intellectuelle d’une idée politique” (Cos’è il conservatorismo? Storia intellettuale di un’idea politica), Les Belles Lettres, 2016.

© Jean-Philippe Vincent, 2017, Le Figaro