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La disattivazione dell’account di Trump arriva nel peggior momento politico possibile per Twitter

Non avrebbe potuto esserci momento peggiore per la disattivazione dell’account Twitter del presidente Trump, durata 11 minuti e avvenuta il 3 novembre scorso.

La disattivazione, che Twitter ha ammesso essere stata causata da un suo dipendente sleale nel corso del suo ultimo giorno di lavoro, è solo l’ultimo di una serie di incidenti che autorizzano a dubitare circa l’imparzialità dei social network.

L’accaduto “dà alla gente l’occasione di continuare a protestare affermando che ‘queste piattaforme sono contro di noi’, ‘ci stanno censurando’, oppure ‘sono contro di noi in qualche misura o in qualche modo’ ”, afferma Jack Gerard, consulente digitale repubblicano che ha lavorato con Mitt Romney e Medium.

A inizio novembre, il New York Times ha riferito che il responsabile del black out è un collaboratore esterno di Twitter, e non un dipendente.

Il fatto che un collaboratore esterno possa disattivare un account usato dall’uomo più potente del mondo come uno dei suoi mezzi principali di comunicazione, è inquietante. E porta di nuovo alla ribalta la questione della neutralità politica dei principali social media.

“Non è difficile immaginare che cosa sarebbe potuto succedere se l’account fosse stato oscurato da un altro impiegato non schierato dalla parte di Trump” ha scritto Christine Rousselle su Townhall (un sito di orientamento repubblicano). E il fatto che Twitter, Facebook e Google siano sotto esame da parte del Congresso non fa che offrire ulteriori motivi di scetticismo.

Ted Cruz, senatore repubblicano del Texas (ed ex candidato alla Casa Bianca - NdT), ha sollevato il tema della mancata neutralità politica della piattaforma social durante l’audizione in senato di Facebook, Twitter e Google, svoltasi il 31 ottobre scorso. L’audizione fa parte dell’indagine sulle presunte attività illecite della Russia su tali social media durante le elezioni presidenziali del 2016. Ma Cruz è andato oltre.

“Data la gran quantità di notizie e informazioni politiche che gli americani ricevono online dai social media o da altre piattaforme, l’idea che le aziende della Silicon Valley siano attive nella censura delle notizie preoccupa chiunque abbia a cuore il metodo democratico e il pieno rispetto del Primo Emendamento”, ha detto Cruz ai rappresentanti dei tre colossi tecnologici.

Cruz ha citato, nello specifico, diverse controversie riguardanti Google, Facebook e Twitter, tra cui quelle relative alla redazione Trending news di Facebook e la temporanea sospensione di un post pubblicitario su Twitter pagato da Marsha Blackburn, candidata repubblicana del Tennessee al senato.

Nel 2016, Facebook è stato criticato, essendo emerso che il team responsabile delle Trending news aveva impedito la pubblicazione di notizie di stampo conservatore all’interno di questa importante funzionalità fornita dal social network. Ci sono stati moltissimi problemi nell’ambito delle Trending news, ma è stata questa irregolarità, in particolare, a destare la preoccupazione del fronte conservatore.

Nello scorso mese, Twitter si è trovato nei guai con i repubblicani, dopo la scelta temporanea di non consentire alla Blackburn di pubblicizzare il video di lancio della sua campagna per il senato. Secondo il sito BuzzFeed, il video avrebbe violato le linee guida di Twitter a causa della frase “abbiamo fermato il commercio di parti del corpo dei neonati”, ritenuta “provocatoria” da Twitter. L’affermazione della Blackburn riguardante i tessuti fetali è basata su un video di un attivista conservatore: si ritiene che il video sia stato pesantemente modificato per avallare affermazioni fuorvianti su Planned Parenthood (associazione per la diffusione dell’aborto, della sessualità responsabile, ecc.). Comunque, il fatto che Twitter sia intervenuto direttamente sui contenuti, pone dei punti interrogativi sulla sua neutralità politica.

Sebbene il video non sia stato rimosso da Twitter, ma ne sia stata solo impedita la promozione pubblicitaria, la Blackburn ha usato l’incidente per raccogliere ulteriore consenso fra i suoi sostenitori. “Siate al mio fianco nella resistenza contro la Silicon Valley!” ha dichiarato, più o meno nello stesso modo in cui i politici potrebbero attaccare “Washington” o la sua “palude politica” (“The Swamp”, un ritornello di Trump – NdT).

In risposta all’interrogazione di Cruz, i rappresentati di Facebook e Twitter sono stati pronti a difendere la posizione delle loro piattaforme.

“Consideriamo Facebook come piattaforma di divulgazione di tutte le idee” ha affermato Colin Stretch, vicepresidente e responsabile legale di Facebook. “Non operiamo discriminazioni di sorta sulla base delle opinioni o delle ideologie”.

“La libertà di espressione e di parola sono il cuore della mission di Twitter e facciamo tutto ciò che è in nostro potere per realizzarle”, ha affermato Sean Edget, responsabile legale di Twitter.

Ma l’incidente relativo all’account Twitter di Trump potrebbe far apparire vane le rassicurazioni di Edgett. Non siamo ancora in possesso di tutte le informazioni sulla disattivazione dell’account o sulle ragioni del gesto, ma sembra che, in questo caso, Twitter non abbia fatto tuttò ciò che sarebbe stato in suo potere fare per salvaguardare la libertà di espressione di un account così importante.

La fiducia nell’informazione sulle piattaforme social è già molto bassa, secondo il Pew Research Center. La società di ricerca rileva che “solo il 5% degli adulti americani abituali navigatori web ha molta fiducia nell’informazione che riceve dai social media”.

Jack Gerard ha consigliato ai social di fare in modo di assumere persone con opinioni politiche più conservatrici, per evitare di cadere ulteriormente nella trappola della faziosità. “Ritengo che i social media stiano perdendo enormi opportunità di raggiungere quelle fasce di pubblico che, in qualche misura, sono insoddisfatte rispetto al modo in cui vengono manipolati e presentati i contenuti”.

© 2017, The Washington Post