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La finanza ha investito ovunque, ma ora …

Che cos’hanno in comune le obbligazioni di Toys “R” Us, la minaccia del populismo all’Unione Europea e il debito estero della Turchia?

La risposta è semplice: sono tutti elementi che i mercati finanziari hanno a lungo “tollerato” ... finché, di colpo, il gioco si è fermato.

Gli investitori sembrano sempre più propensi a darsela a gambe ai primi segnali negativi, diffondendo la preoccupazione che altre crepe si stiano per formare nei mercati globali, in cui, per anni, i problemi sono stati mascherati da una cascata di soldi facili. Abbiamo vissuto a lungo in un clima in cui era facile vedere grandi somme di denaro investite in qualunque attività che desse un rendimento appena accettabile. L’immediata reazione dei mercati al colpo di scena del nuovo governo italiano, verificatasi la scorsa settimana, sembra un ennesimo segnale in tal senso.

Peter Atwater, presidente di Financial Insyghts [1], parlando della rapida impennata sui mercati del rischio di default italiano, ha commentato: “Il comportamento ‘dentro o fuori’, ‘si o no’, senza vie di mezzo, che finora era relegato ai margini dei mercati finanziari, ora è diventato uno dei più diffusi. Gli investitori sono sempre più esagitati”.

Atwater sottolinea come l’aumento dei tassi sui titoli di Stato italiani a due anni ricorda i movimenti sui bond della Kobe Steel dello scorso autunno, come anche quelli visti nei confronti del debito della Steinhoff International Holdings NV, del Venezuela e persino di Toys “R” Us. Nel settembre dello scorso anno, quando questa grande azienda di giocattoli ha portato i libri in tribunale, il prezzo dei suoi bond con scadenza 2018 è crollato più o meno a 20 centesimi, rispetto ai 96 centesimi di due settimane prima.

È un fenomeno globale ben noto. L’economista John Kenneth Galbraith lo battezzò come “lo scippo”, riferendosi al lasso di tempo in cui un ladro è riuscito a sottrarre del denaro ma la vittima non se ne è ancora accorta. Ancora più famosa la battuta di Warren Buffett: “Puoi scoprire chi sta nuotando nudo solo quando la marea si ritira”.

Secondo Matt Maley, equity strategist presso Miller Tabak + Co, la colpa è tutta dei “cattivi investimenti”. Maley avverte che anche il mercato azionario statunitense, che pure finora ha retto all’instabilità dei mercati globali, è destinato a subire l’impatto della stretta monetaria che avverrà man mano che i problemi emergeranno.

“Ci vorrà un po’ prima che il rialzo dei tassi abbia un impatto sui mercati, ma – come ogni rialzo – finirà con lo smascherare i cattivi investimenti effettuati durante il periodo in cui i tassi stavano scendendo. Gli sviluppi della scorsa settimana sono solo gli ultimi di una serie di “crack” comparsi sui mercati fin dallo scorso gennaio”, prosegue Maley.

Gli esempi più lampanti si trovano nei mercati emergenti, dove gli investitori hanno troncato bruscamente il loro idillio con una grande quantità di asset ad alto rendimento.

A maggio 2018, i mercati azionari dei paesi in via di sviluppo sono scesi per il quarto mese consecutivo, l’intervallo più lungo dal 2016, mentre i mercati valutari sono in perdita da aprile e i bond di quell’area sono in discesa per il secondo mese di seguito. I mercati emergenti sono stati colpiti duramente dalle sette settimane in cui il dollaro ha continuato a guadagnare dal rendimento dei bond USA a 10 anni, che sono arrivati a sfiorare il 3%.

Emad Mostaque, co-chief investment officer presso Capricorn Fund Managers, ha dichiarato in un’intervista per Bloomberg TV che “se dovessero superare il tre, tre e mezzo per cento, che sono vere barriere psicologiche per i bond a 10 anni, allora si comincerebbe a vedere l’effetto domino. Molti degli spread classici, come ad esempio quello dei junk bond europei nei confronti dei bond USA a dieci anni, sono letteralmente impazziti e fuori controllo. Alla fine si dovranno normalizzare, facendo riferimento ai fondamentali”.

Secondo Mostaque, uno dei primi segnali è stato il crollo della lira turca, che quest’anno – tra le preoccupazioni di un’economia surriscaldata, la vulnerabilità della Turchia verso gli altissimi tassi d’interessa a livello globale e la politica economica del presidente Erdogan – ha perso circa il 18% rispetto al dollaro.

Atwater scrive: “L’evoluzione del rischio segue il percorso previsto. Negli scorsi sei mesi abbiamo assistito allo sgonfiarsi delle criptovalute, dei fondi a bassa volatilità, dei mercati emergenti (stock, bond e valute) e ora c’è la questione dell’Italia, percepita come il secondo paese più debole dell’Eurozona dopo la Grecia. Le situazioni peggiori e quelle ‘al margine’ hanno aperto la strada”.


[1] Società di consulenza sulle tendenze globali in campo politico, economico, finanziario – ndt.

© 2018, Bloomberg