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La Rivoluzione industriale dimostra che il concetto di produttività va rovesciato

Le statistiche sull’economia hanno di nuovo sbagliato. Certo, cercare di prevedere gli sviluppi economici è per lo più fatica sprecata: ma gli analisti dell’Office for Budget Responsibility [1] rischiano di fare una pessima figura, se la produttività del Regno Unito dovesse aumentare proprio quando secondo loro doveva continuare a calare.

Questa possibile inversione a U ha cominciato a profilarsi la settimana scorsa, con la pubblicazione di dati ufficiali che mostrano una lenta risalita di produttività e salari, dopo diversi anni di stasi assoluta. Ottime notizie, per chiunque abbia a cuore la sorte dei lavoratori britannici e sia preoccupato per l’eventualità di un governo Corbyn. Se i salari non aumentano, gli elettori si stancano in fretta dello status quo. Ma c’è un’altra buona ragione per sperare in un innalzamento dei salari: in caso di stagnazione, la Gran Bretagna rimarrà bloccata sulla corsia più lenta, nella strada che conduce al declino economico permanente.

Ciò sembra illogico: se c’è una cosa che ci hanno insegnato gli anni Settanta è che la forte crescita dei salari crea inflazione, che a sua volta conduce alla rovina. L’industria perde competitività sul piano internazionale, e si riduce l’incentivo per gli investimenti esteri. Questo è vero, naturalmente, nei casi in cui l’aumento dei salari è fuori controllo. Ma al momento ci troviamo di fronte al problema contrario.

Tuttavia, il modo in cui discutiamo della questione della produttività non riflette la realtà in cui ci troviamo. Philip Hammond, tra gli altri, parla della produttività come se aumentarla fosse il necessario prerequisito per l’aumento dei salari. Nel presentare l’ultimo bilancio di previsione, il Cancelliere dello Scacchiere ha dichiarato: “Quando ho accettato questo incarico, ho assunto l’impegno di combattere per aumentare la produttività della Gran Bretagna, e quindi anche i salari”.

E se guardare il problema in questo modo fosse come girare il telescopio dalla parte sbagliata?

Ultimamente mi sono messo a leggere il libro di Robert Allen sulla Rivoluzione industriale britannica. È un testo recente (2009) che tenta di risolvere l’eterno dilemma della storia economica: perché la rivoluzione industriale è cominciata proprio qui, su quest’isola piovosa? Gli storici e gli economisti hanno proposto ogni sorta di spiegazioni, da quelle più politiche (la fine della servitù della gleba, il diritto di proprietà, la sovranità parlamentare) a quelle culturali (il radicamento secolare delle norme razionaliste e scientifiche, l’etica del lavoro protestante) o individualistiche (la genialità di singoli inventori).

Secondo Allen, tutti questi fattori sono necessari ma non sufficienti. In quel momento, c’erano altri paesi europei che attraversavano cambiamenti culturali e politici simili. La questione centrale, secondo Allen (con il quale mi sento d’accordo), è capire perché per le imprese britanniche aveva senso investire nell’innovazione tecnologica, mentre per gli imprenditori francesi o italiani non c’era lo stesso tipo di incentivo.

Il motivo fondamentale è questo: nel 1725, i lavoratori di Londra mangiavano in media il doppio della carne rispetto a quelli che vivevano a Firenze. In altre parole, a Londra i salari erano alti. La forza lavoro costava così tanto che agli imprenditori conveniva investire su macchinari che permettessero loro di impiegarne meno. Ecco il perché del filatoio multiplo, della macchina a vapore, e così via.

È un’inversione delle tesi tradizionali sulla rivoluzione industriale: secondo i libri di storia, furono le innovazioni in campo agricolo a liberare forza lavoro dalle campagne, spingendo le masse a spostarsi in città per lavorare nelle fabbriche.

Secondo la teoria di Allen, questa visione tradizionale va rovesciata. La domanda di forza lavoro era così intensa da spingere le persone ad abbandonare le fattorie per andare a lavorare in città; ma per gli imprenditori valeva comunque la pena di affrontare gli enormi rischi e costi dell’innovazione tecnologica.

Questo ci porta a domandarci perché mai i salari fossero così alti, a Londra, a confronto con le altre città (il fenomeno cominciò a manifestarsi a Londra, prima di diffondersi nelle altre zone della Gran Bretagna).

Sembrano esserci due possibili spiegazioni. La prima è che la Grande Peste del 1655 aveva eliminato un quinto della popolazione urbana in un brevissimo arco di tempo.

La seconda spiegazione è che l’enorme espansione del commercio globale, generata dall’espansione coloniale, creò una domanda sfrenata di forza lavoro: lavoratori portuali, marinai, operai tessili e così via. È molto difficile ricreare oggi queste condizioni, anche se fosse possibile ripetere in tempi moderni le politiche economiche del diciottesimo secolo.

La popolazione della Gran Bretagna è ancora in crescita, anche se con un trend attenuato: secondo la maggior parte degli studi economici, l’immigrazione porta a un innalzamento dei salari complessivi (anche se comporta stagnazione o calo dei salari per certi gruppi specifici). Eventuali diminuzioni del numero degli immigrati potrebbero costringere settori a produttività molto bassa, come quello delle costruzioni e quello agricolo, a fare a meno della forza lavoro a basso costo e a investire quindi sull’aumento della produttività. Ma questi settori costituiscono una parte molto piccola della nostra economia.

Nel frattempo, la situazione del commercio globale non è allegra. Anche se il volume degli affari per ora è in aumento, il tasso di crescita si è abbassato molto; e per la prima volta dal 2008 è sceso sotto al tasso di crescita economica generale, mentre prima era molto più alto rispetto all’incremento del PIL.

Inoltre, a dispetto di quanto sostiene Jeremy Corbyn, non è affatto facile per il governo creare le condizioni necessarie a una crescita sostenibile dei salari.

Se è vero che le regole imposte dall’alto a volte portano all’innovazione, perché costringono le imprese ad esplorare nuove soluzioni tecniche o gestionali, non si può imporre per legge un rialzo generale dei salari senza creare una grave crisi occupazionale – e quindi un calo degli investimenti, invece del loro necessario aumento.

L’innovazione richiede anche una certa flessibilità del mercato del lavoro: i dipendenti devono potersi avvalere di opportunità che il nostro sistema legale non è ancora stato in grado di prevedere. Per capire i pericoli degli interventi legislativi in difesa dei salari, basta guardare i paesi del sud Europa, dove esistono corporazioni protezioniste che tengono bloccato il mercato del lavoro. Queste economie hanno alti tassi di disoccupazione, e non sono esattamente fucine di innovazione.

Alla fine, dunque, non rimane molto da fare, se non incrociare le dita e sperare che i salari aumentino grazie a qualche fattore esogeno, imprevedibile. Perlomeno, la strategia industriale del governo prevede una qualche forma di supporto, attraverso la rimozione delle barriere che impediscono l’uso di nuove tecnologie.

Ma se l’analisi di Allen relativa al primo grande balzo in avanti economico della Gran Bretagna ha una qualche applicazione possibile al mondo moderno, forse stiamo guardando il problema a rovescio. Alla fin fine, è lo stato di necessità a generare l’innovazione e il cambiamento.

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[1] Organismo consultivo indipendente, ma collegato al governo, che elabora analisi sulle tendenze dei conti pubblici - ndt.

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