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La sindrome dello Sputnik

Tutto ebbe inizio quando il primo satellite artificiale, lo Sputnik, fu lanciato in orbita dai russi nell’ottobre del 1957: da quel momento gli americani iniziarono a temere che la propria economia, la più forte al mondo alla fine della seconda guerra mondiale, sarebbe stata sorpassata da una qualche altra potenza.

La prima minaccia arrivò dall’Unione Sovietica. Tutti (o quasi) ricordano quando l’allora leader Nikita Kruscev promise di “seppellire” la nostra economia. Poiché ciò non accadde mai, in seguito cominciammo a preoccuparci che il Giappone avrebbe distrutto, uno dopo l’altro, i settori dell’industria statunitense: dall’acciaio, alle automobili, alle macchine utensili, ai semi-conduttori, ai supercomputer.

Oggi, a quanto pare, è il turno della Cina.

Esiste una “paura radicata nella psiche degli americani, secondo la quale un’economia basata su una pianificazione fortemente centralizzata supererà inevitabilmente un’economia come quella statunitense, priva di intervento diretto dello stato”, scrive Timothy Taylor, direttore del Journal of Economic Perspectives, in un articolo provocatorio pubblicato sul suo blog, il Conversable Economist.

Quando si guarda al passato, come ha fatto Taylor, è inevitabile stabilire dei parallelismi. Chiunque abbia l’età giusta per ricordare lo Sputnik, rammenterà lo shock e il terrore che tale avvenimento scatenò. Come potevano essere i sovietici i primi a mandare in orbita un satellite spaziale? Erano evidenti le implicazioni di carattere militare che ne derivavano. Era emerso un  “divario missilistico” fra gli USA e l’Unione Sovietica che ci rendeva vulnerabili a un attacco nucleare.

La paura per l’economia era il sentimento dominante. Taylor cita il manuale di economia di Paul Samuelson (nessuna relazione con l’autore di questo articolo), a quel tempo molto diffuso nelle università. La quinta edizione del 1961 sosteneva che “i recenti tassi di crescita dei sovietici sono stati notevolmente superiori ai nostri”. Per trent’anni, gli studenti universitari hanno ricevuto una formazione fuorviante basata sul concetto che esistesse “la probabilità che i sovietici potessero raggiungerci e superarci”, scrive Taylor. Ma anche in questo caso, il divario missilistico si rivelò inesistente.

Verso la fine degli anni ‘80, quando l’economia sovietica perse la sua aura di minacciosa superiorità, subentrò la paura del Giappone. L’allarmismo dilagava su libri, editoriali, riviste. Tra gli scritti di maggiore successo, il libro “Trading Places: How We Are Giving Our Future to Japan and How to Reclaim it” [Commercio mondiale: come stiamo lasciando il futuro nelle mani del Giappone e come riprendercelo], di Clyde Prestowitz, e un articolo pubblicato sull’Atlantic Monthly, “Containing Japan” [Contenere il Giappone], di James Fallows. In molti settori, le importazioni giapponesi spodestarono rapidamente la produzione statunitense.

Secondo Taylor, sia l’Unione Sovietica che il Giappone rappresentavano la medesima minaccia: entrambe investivano nella produzione industriale e nelle nuove tecnologie più di quanto facessimo noi americani, specialmente nei nuovi settori favoriti dalla pianificazione economica centralizzata. Noi, invece di investire, consumavamo. C’era la convinzione che l’Unione Sovietica e poi il Giappone sarebbero arrivate a dominare i settori più importanti, diventando le economie più ricche e dinamiche a livello mondiale.

Anche questa si dimostrò essere una visione esagerata.

In qualche modo, la sindrome Sputnik ha spronato gli americani a diventare più competitivi, anche chiedendo al governo di intervenire. Ma soprattutto, le profezie non si sono avverate perché gli alti tassi di investimento, da soli, non garantiscono una rapida crescita economica. Nell’Unione sovietica, e successivamente in Giappone, gran parte degli investimenti fu sperperata in progetti che avevano uno scarso ritorno economico. Nel frattempo, la cultura imprenditoriale americana ha dato vita a nuove imprese (Microsoft, Apple, Intel, Facebook, Google, Netflix, Oracle, Qualcomm, e altre ancora) che hanno portato gli Stati Uniti all’avanguardia nell’innovazione.

Succederà lo stesso con la minaccia cinese?

È possibile. Come in Unione Sovietica e in Giappone, la rapida crescita economica della Cina (a un tasso medio del 10% all’anno dal 1999 al 2008, secondo il Fondo Monetario Internazionale) è stata l’espressione di un lungo periodo di “rimonta” realizzata mediante l’uso delle tecnologie e dei sistemi gestionali allora conosciuti. Con lo scemare di queste condizioni favorevoli, il ritmo della crescita economica annuale è rallentato, mantenendosi tra il 6% e il 7%. E potrebbe rallentare ancora, poiché la Cina ha bisogno di far maggior affidamento su industrie e prodotti nazionali.

Occorre anche ricordare come il divario tra reddito americano e quello di molti altri paesi sia ancora enorme. Taylor cita i dati relativi al PIL procapite del 2016, elaborati dalla Banca Mondiale: $57.600 per gli Stati Uniti, $38.900 per il Giappone; $8.748 per la Federazione russa e $8.123 per la Cina.

Eppure, ignorare la minaccia cinese sarebbe rischioso per molte ragioni. L’enorme dimensione del suo mercato e la determinazione dei suoi governanti la rendono una potenza economica. L’immenso mercato interno cinese è la piattaforma perfetta da cui lanciare nuove attività economiche. Il Dragone sta aggressivamente procedendo nello sviluppo delle tecnologie avanzate e ha una politica di tolleranza verso il furto dei segreti industriali detenuti da imprese straniere. Last but not least: rappresenta uno potenziale avversario militare.

Taylor tende al paradosso, ma, per quanto esagerata, la sindrome Sputnik è un utile antidoto contro l’autocompiacimento.

© 2018, The Washington Post