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Lavorare con impegno dà più senso alla vita – ma non per gli inglesi…

Che il nostro paese soffra di scarsa produttività è cosa nota. Già negli anni ’70 quest’ultima rappresentava uno dei temi d’attualità più scottanti; era chiamata “British disease”, la malattia inglese, ed era considerata una delle principali cause del declino economico nazionale. La forza lavoro del nostro paese sembrava incapace di produrre la quantità di output che i mercati internazionali richiedevano. E non si trattava solo di bassa produttività per lavoratore, in termini quantitativi: la produzione industriale era notoriamente inferiore anche dal punto di vista qualitativo rispetto a quella dei competitors stranieri.

La produzione inglese di automobili inglesi quasi scomparve dalla scena mondiale, per poi crollare definitivamente nella sua versione statalizzata, e infine resuscitare per mano di imprese private (anche giapponesi).

Uno alla volta, i grandi marchi nazionali presenti nei settori della televisione, della radiofonia e degli elettrodomestici sparirono dal mercato mondiale, tutti apparentemente condannati dall’intransigenza di un esercito di operai e impiegati.

Il mercato del lavoro britannico, con il suo profondo autolesionismo, fu oggetto di importanti studi accademici, ma anche di un infuocato dibattito politico. Le dinamiche autodistruttive non si manifestavano tanto nel rifiuto di aumentare i ritmi lavorativi, l’impegno personale o – sia pure temporaneamente – le ore di lavoro al fine di migliorare le prospettive del proprio settore. Ben più gravemente, si esprimevano in una ostilità programmatica nei riguardi del progresso inteso come miglioramento dell’efficienza dei sistemi produttivi, introduzione di rigorosi controlli di qualità e adozione di metodi gestionali più moderni.

Tutto ciò è stato trasformato dalle organizzazioni sindacali in un’ideologia politica: le innovazioni tecnologiche e i miglioramenti in termini di efficienza erano presentati come strumenti dello sfruttamento capitalista, specificamente creati per degradare i lavoratori o ridurre il numero di assunzioni. Di conseguenza, anziché adattarsi al progresso tecnologico e collaborare per creare una forza lavoro più competente e qualificata, le forze reazionarie presenti nei sindacati e nelle gestioni aziendali hanno semplicemente spinto l’industria britannica in una spirale autodistruttiva.

Ciò che è accaduto dopo è storia. Gli anni ’80 misero fine al potere dei tracotanti sindacati luddisti e - sorpresa! – si scoprì che la classe operaia britannica non era cosi sciaguratamente ottusa come sembrava. Tuttavia, l’esplosione di ottimismo liberatorio che trent’anni fa galvanizzò il paese ha oscurato la questione di fondo, che resta ancora oggi irrisolta. La costante, scarsa produttività del Regno Unito è un fenomeno storico, culturale e sociale, non meno di quanto lo sia sul piano economico. Quando i sindacati trasformarono l’avversione della classe operaia a lavorare con maggior impegno ed efficienza in una forma di “alienazione” di stampo marxista, attuarono una strategia corretta (dal loro punto di vista).  

Il punto è che il mondo del lavoro inglese è impregnato dal risentimento di classe. Nel settore manifatturiero, tale rancore affonda le proprie radici nell’effettivo sfruttamento ai tempi della rivoluzione industriale. Un sentimento che purtroppo ha colpito anche altre aree dell’economia: forse, più che in qualsiasi altro paese sviluppato, è presente un’esasperata preoccupazione di essere visti come “servili”, al punto che troppo spesso l’idea di “servire” il cliente è assimilata al concetto di servitù.

Quando arrivai in Gran Bretagna, decenni or sono, rimasi disorientata dall’atteggiamento delle persone che lavoravano nei negozi o che avevano mansioni di servizio. La quasi totale apatia e mancanza di gentilezza che osservavo in quel periodo rasentavano l’ottusa insolenza. Tale modo di fare mi sconcertava a maggior ragione del fatto che, durante in miei studi universitari, e all’insegna della tradizione americana, avevo lavorato all’interno di cinema e teatri, a contatto con gli spettatori, dove una simile condotta sarebbe stata impensabile. Mai capitò a me o ai clienti di considerare il mio lavoro come umiliante. Studiavo per avviarmi alla carriera professionale, ma quand’anche non fosse stata quella la mia strada, non provavo alcuna vergogna a relazionarmi con il pubblico. Era opinione diffusa che fare bene il proprio lavoro, di qualsiasi natura, fosse una dimostrazione di dignità e rispetto per sé stessi.

Quando, a Londra, vedo lavoratori stranieri svolgere gran parte delle mansioni di servizio, spesso mi tornano in mente quegli anni. Il motivo per cui tutti questi ristoranti, caffetterie e paninoteche assumono immigrati non è necessariamente per approfittare di una manodopera a basso prezzo, ma perché questi lavoratori hanno un atteggiamento molto gentile e aperto. Non considerano il datore di lavoro un nemico di classe, e non ritengono che svolgere una determinata mansione li condanni a una condizione esistenziale immutabile.

Immutabile. Questa parola costituisce il nocciolo del problema: la cosa più detestabile era la presupposta, inesorabile fissità delle condizioni di vita della classe operaia. Quando si ha la convinzione che il rapporto tra sé e le persone che si stanno servendo non cambierà mai a causa di uno status sociale cui si appartiene per nascita, allora l’ostilità può essere giustificata. Tuttavia, chi coltiva una valida prospettiva di crescere e migliorare la propria posizione è più motivato a lavorare nel modo migliore possibile, comunicando gentilezza all’esterno.

In passato, il disfattismo ha rappresentato una trappola fatale per la classe operaia inglese; una tendenza aggravata dall’ossessione dei partiti della Sinistra secondo i quali le aspirazioni individuali costituivano un tradimento delle proprie radici: solo grazie alla resistenza collettiva al padrone capitalista la lotta operaia poteva sperare di vincere.

Ciò ha comportato il fatto che qualsiasi personale desiderio di miglioramento della propria condizione fosse visto come un atto di slealtà verso la comunità e addirittura verso la propria famiglia (chi non ci crede, chieda ad un ultrasessantenne, proveniente da famiglia operaia, che abbia frequentato il liceo classico).

Dunque sì, gli anni ’80 hanno dato una svolta, ma insufficiente. Esiste ancora una forte percezione che l’unica strada per sottrarsi all’odioso potere di classe è quello di lavorare per sé stessi. Ecco perché i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori sono le componenti più produttive e dinamiche dell’economia, costituendo un potente strumento di mobilità sociale. Ed è una vera sciagura il fatto che il Ministero delle Finanze (i cui dipendenti, in gran parte, non hanno mai lavorato al di fuori del settore pubblico) li perseguiti ad ogni possibile occasione – fino a quando non intervenga un ministro saggio che abbia imparato la lezione.

All’alba di un altro secolo, possiamo trovare un modo per superare tutto questo? L’intimidazione sociale e la terribile passività, che stroncano le chance di miglioramento economico per buona parte della società, dovrebbero appartenere al passato. Lavorare in modo produttivo ed efficiente, orgogliosi del proprio ruolo – pur lavorando per qualcun altro – è la cosa più importante che rende la vita degna di essere vissuta. Non si tratta solo di economia.

© Telegraph Media Group Limited (2017)