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Le aziende tecnologiche hanno una preoccupante tendenza ad ignorare i diritti degli investitori

Il segnale di insofferenza nei confronti degli investitori proviene da numerose aziende, in particolare da quelle tecnologiche: gli investitori, ossessionati come sono dai profitti trimestrali immediati, non riescono ad attendere i risultati a lungo termine e, di solito, non sono in grado di valutare il mercato nella sua globalità. È per questa ragione che tante start up preferiscono restare non quotate ed evitare la pressione dei mercati finanziari. Quotarsi in Borsa significa sottoporsi ad elevatissimi livelli di controllo, avere a che fare con investitori d’assalto, destare interesse per gli utili a breve termine anziché per gli investimenti. Per chi cerca di cambiare il mondo, non vale la pena accollarsi tali seccature. Tale situazione è particolarmente evidente negli Stati Uniti, dove sono poche le aziende tecnologiche quotate in borsa e dove gli investitori non sembrano così intenzionati a sostenerle.

Dalla Silicon Valley, però, è recentemente giunta un’idea che potrebbe "ridurre al silenzio", per così dire, gli investitori orientati solo al breve periodo. Un gruppo di aziende guidate dai manager più noti del settore, quali Reid Hoffman, fondatore di LinkedIn, e il venture capitalist Marc Andreessen, ha proposto un nuovo modello di governance che consentirebbe alle aziende di quotarsi in Borsa senza dover cedere alle pressioni di chi privilegia prospettive a breve termine.

Qualificata come tenure voting (voto differenziato), la proposta darebbe un maggiore potere di voto agli investitori legati da più tempo all’azienda. Tutti quelli che si fanno avanti al momento dell’offerta pubblica iniziale avrebbero poteri minori rispetto ai dipendenti e agli investitori della prima ora.

I sostenitori della proposta chiedono la creazione di una long-term stock exchange (borsa valori a lungo termine), al cui interno stabilire regole del genere ed eliminare l’obbligo di pubblicare le previsioni periodiche sugli utili attesi. Secondo i proponenti, gli investitori di breve termine non sempre hanno una piena comprensione delle aziende in cui hanno impiegato i loro denari e quindi non possono individuare ciò che è buono e valido per tali imprese. Ciò vale soprattutto per le aziende della Silicon Valley, le quali amano considerare i profitti come inattesi “effetti collaterali” derivanti dalla mission dei rispettivi fondatori, anziché il fine ultimo dell’azienda.

Le idee di personaggi come Larry Page, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg si sono rivelate fenomenali, pur non riscuotendo inizialmente il sostegno degli azionisti. Ne è prova il panico sorto in seguito al calo del prezzo delle azioni di Facebook nei mesi successivi alla quotazione in borsa, nel 2012, dovuto unicamente a un paio di trimestri instabili. All’epoca, Facebook era protetto dagli allarmismi del mercato grazie a una struttura azionaria dual class (azioni a voto doppio), che conferisce a Zuckerberg il controllo totale sull’azienda. Oggi, Zuckerberg possiede meno del 25% di Facebook ma ha diritti di voto superiori al 50%, il che significa che nessun azionista ha il potere di estrometterlo.

Alphabet, azienda madre di Google, opera nello stesso modo e gli investitori non si lamentano troppo per la mancanza di “democrazia” interna. Le azioni di entrambe le aziende, che non hanno quasi mai attraversato periodi difficili, sono a livelli record. I sostenitori della proposta di una borsa valori a lungo termine ritengono che esisterebbero più aziende simili a Google e Facebook se i fondatori non fossero continuamente ostacolati da irrequieti azionisti con interessi a breve termine.

Tuttavia, il successo di questi due giganti nasconde una verità più generale. Le aziende gestite con sistemi di voto plurimo (multi-class share) e controllate da un solo soggetto hanno in genere livelli di performance inferiori rispetto alle aziende con sistemi a voto unico (one share, one vote). Uno studio condotto nel 2012 dall’Institutional Shareholder Service ha rilevato che, nell’arco di dieci anni, le aziende del primo tipo hanno avuto un utile medio pari al 7,52%, mentre quelle del secondo tipo hanno registrato una media del 14,26%. Facebook e Google rappresentano delle eccezioni che hanno beneficiato sia del boom tecnologico degli ultimi cinque anni, sia di una gestione affidata ad amministratori con poteri assoluti.

Nonostante ciò, nelle aziende tecnologiche si tende a ridurre sempre più il potere degli investitori. L’immissione sul mercato delle azioni di Snap (proprietaria di Snapchat), a marzo 2017, è avvenuta - per la prima volta alla borsa di New York - senza che vi fosse alcuna garanzia circa i diritti di voto. Gli azionisti non si lamentano di essere ignorati quando gli affari vanno bene, ma naturalmente piantano grane nei momenti difficili. La quotazione di Snap non è andata come si sperava e oggi le azioni valgono molto meno rispetto al momento dell’offerta iniziale (marzo). Allora, fu duramente criticata la vendita di azioni che non prevedevano diritti di voto, in particolare da organizzazioni quali la Investment Association. Fu rilevato che tale mancanza comportava l’esclusione dall’indice S&P500. Oggi, se il valore delle azioni calasse ulteriormente, l’attenzione mediatica diventerebbe ancora più stringente.

Uber è un’altra prova lampante. Trevis Kalanick, il fondatore della app per il servizio di pseudo-taxi, ha consolidato per anni il suo potere incrementando i propri diritti di voto e quelli dei suoi alleati. Ma quando, nel corso di quest'anno, sono emersi i gravi e radicati problemi dell’azienda, gli investitori hanno cominciato a protestare contro Kalanick e a chiederne le dimissioni (poi avvenute - ndt). Ora Kalanick è ai ferri corti con uno dei più grandi azionisti di Uber a causa della propria influenza nella governance. Come parte di una nuova e delicata fase di raccolta fondi, da completare a breve, Uber ha concesso di rivedere lo sproporzionato sistema di diritti di voto che garantiva a Kalanick il totale controllo dell’azienda.

Anche Zuckerberg, contro il quale gli investitori non protestano mai, è stato costretto a limitare i propri poteri e ha dovuto abbandonare il progetto di creare una nuova categoria di azioni finalizzate a consolidare il suo controllo dell’azienda.

In conclusione: le aziende tecnologiche mostrano un allarmante disprezzo per gli azionisti (di minoranza). Ciò non vuol dire, però, che possano spingersi sino ad ignorarli del tutto.

© Telegraph Media Group Limited (2017)