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Macron: la felicità non è alla fine della via, la felicità è la via stessa

Macron sta cercando di cambiare l'atteggiamento mentale dei francesi, amanti del tranquillo tran tran e dello Stato-mamma che si occupa di tutto. Il tutto, tra incitamenti a "fare", decreti a raffica e qualche gaffe (l'aneddoto alla fine dell'articolo è davvero gustoso). 

nota della redazione

Il presidente della Repubblica mentre scende dall’Airbus presidenziale e percorre il red carpet, con un sorriso smagliante, mano nella mano con “Brigitte”, per dirla con la stampa gossip, è un’immagine alla quale è difficile sfuggire, l’abbiamo vista tutti almeno una volta in televisione, in occasione dei suoi innumerevoli viaggi all’estero.

Il potere può dare la felicità? Così sembrerebbe, se osserviamo Emmanuel Macron un anno dopo il suo trionfo alle urne. Forse si tratta solo di un atteggiamento. Ma anche in questa ipotesi, i francesi dovrebbero essergli grati e c’è da sperare che il suo vispo attivismo diventi contagioso. Il segreto è racchiuso in questo adagio, molto popolare tra quei coach per manager che hanno coltivato la lettura di Lao Tzu e dei filosofi zen giapponesi: “La felicità non è in fondo alla via, la felicità è la via stessa”.

Fare le cose per ciò che esse rappresentano, non per ricavarne ulteriore profitto (un secondo mandato presidenziale?). Questa è una regola di vita, l’espressione di una certa libertà interiore e una garanzia di efficacia nel lavoro. D’altra parte, secondo la rubrica “Le poids des mots” (Il peso delle parole – ndt), sul sito web della rivista Paris-Match, il verbo “fare” è la parola che esce più spesso dalla bocca dell’inquilino dell’Eliseo, immediatamente dopo “Francia”.

La parola “fare” pronunciata 3068 volte

Paris-Match ha esaminato più di un milione di parole pronunciate dal presidente nell’arco di 12 mesi nei discorsi pubblici e in altre occasioni analoghe. Il giornale ha riscontrato 3068 volte il verbo “fare” e 3215 la parola “Francia”, mentre “paese” si trova soltanto al terzo posto (2706 volte).

Il discorso di Macron è quindi una lunga anafora del “fare”. E certamente bisogna fare attenzione alle anafore. François Hollande aveva reso popolare questa figura retorica con la sua litania “Io presidente…” ecc. ecc., pronunciata quindici volte durante il suo faccia a faccia con Sarkozy nel 2012. Purtroppo per lui, pur essendosi tanto sforzato di ripetere questo ritornello, Hollande non è mai riuscito a diventare davvero tale nel corso del suo interminabile mandato.

Questa stessa sorte minaccerebbe forse ora Macron? Va osservato che la Costituzione della V Repubblica fornisce una forte protezione ai capi di Stato, garantendo in ogni caso la durata del loro mandato. “Non c’è alcun bisogno di sperare per intraprendere, né di avere successo per perseverare”[1]: questa celebre formula vale per tutti i presidenti francesi, inamovibili per norma costituzionale, indipendentemente dai risultati che hanno conseguito e dalle loro peripezie politiche.

Pur sconfessato dai frondisti della sua maggioranza, François Hollande ha potuto trascorrere giorni tranquilli, se non addirittura felici, all’Eliseo. Privilegio assai raro nelle democrazie occidentali.

Analogamente, l’euro fornisce al governo francese una protezione incrollabile nei confronti dei mercati finanziari. Si tratta forse di un’istigazione all’audacia? Nel 1999, Lionel Jospin potè avviare la sua rischiosa riforma delle 35 ore, senza suscitare da parte della comunità finanziaria la minima ostilità nei confronti della moneta francese, poiché quest’ultima stava per essere sostituita dall’euro….

Errore strategico

Non serve a molto fare il bilancio di questo anno di potere quasi assoluto, che Macron ha avuto la faccia tosta di paragonare a quello di Giove. Le riforme intraprese e i numeri sono arcinoti. L’essenza è altrove, nella “trasformazione” – altra parola-chiave – della Francia e dei francesi stessi.

“Non si cambia una società a colpi di decreti”: l’ammonimento del sociologo Michel Crozier, molto in voga negli anni ’70 e ’80, è oggi più che mai attuale. Però, forse la riforma del lavoro, votata a furia di ordinanze durante l’estate 2017, riuscirà a rendere i francesi un po’ più “zen” nelle loro attività professionali. Dovremo tutti rassegnarci a riporre molte meno speranze nella progressiva riduzione degli orari di lavoro, e allo stesso tempo dovremo cercare sempre più di migliorare il nostro rendimento. Insomma, dovremo diventare un po' come i tassisti di Tokyo, pronti a fare harakiri quando non riescono a condurre i loro clienti al giusto indirizzo...(a Tokyo le strade non hanno nome e le case non hanno numero civico).

Questa è la rivoluzione culturale alla quale Macron ambisce. Condividere con i propri concittadini la convinzione che “la felicità consiste nel procedere”, cosa per la quale sono necessaire scarpe solide e una buona formazione. Più facile a dirsi che a farsi.

Tuttavia, se il rimprovero reiterato fino alla nausea di essere il “presidente dei ricchi” è demagogico, l’accusa di essere “il presidente della Francia che sta bene” merita una qualche attenzione.

In effetti, quando Macron indica gli “startupper” come modello di iniziativa e di immaginazione è chiaro ciò non può essere la panacea contro la disoccupazione dei giovani senza diploma. A sua discolpa, il presidente ripete continuamente di voler “correggere le ineguaglianze alla radice, e non limitarsi a curare il sintomo”.

L’intento è certamente lodevole, ed in ogni caso è agli antipodi di Hollande, ossessionato dall’ “inversione della curva di disoccupazione” ma incapace di prendere provvedimenti adeguati.

“La felicità è la via stessa”: questa perla di saggezza vale per tutti noi, anche se il percorso è costellato di insidie, e a maggior ragione vale per un presidente. Per esempio, constatiamo un errore tattico fondamentale nel 2017, ovvero l’aumento le tasse sulle sigarette e sui carburanti, prima di abbassare la tassa sulla casa, causando un divorzio, quantomeno temporaneo, dalle “classi popolari”.

Com’è possibile che nessun consigliere tecnico o ministro abbia avvisato Giove di un errore così madornale? Il “Principe” dovrebbe diffidare dei propri cortigiani e dei falsi amici in generale. Un caso del genere si è verificato la settimana scorsa, quando Macron ha definito la moglie del primo ministro australiano una “delicious wife”, dimenticando che l’aggettivo “delicious” è quel che si dice un “falso amico” di traduzione: in inglese viene generalmente utilizzato per qualificare il cibo, e mai una persona, salvo che nel linguaggio informale, dove però assume una connotazione sessuale… Horribile dictu!


[1] Frase attribuita a Guglielmo d’Orange (1533-1584), il capo militare che condusse il Belgio all’indipendenza dalla Spagna.

© Jean-Pierre Robin, 2018, Le Figaro