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Memorial Day: ricordiamoci dei nostri caduti

Una piccola lezione di civiltà.

Negli Stati Uniti, i caduti di tutte le guerre vengono ricordati nell'ultimo lunedì di maggio, ogni anno. Il Memorial Day è giorno festivo e le bandiere vengono esposte a mezz'asta dall'alba sino a mezzogiorno. Val la pena osservare che gli americani ricordano anche i caduti sudisti, cioè gli sconfitti della Guerra Civile (all'epoca, i fautori dello schiavismo). In Italia, invece, manca una celebrazione di "tutti" i caduti perché, secondo alcuni, ciò implicherebbe commemorare anche coloro che caddero in guerra militando nel Fascismo o nella Repubblica Sociale Italiana. Gli Stati Uniti, che raccolgono 50 Stati, forse sono più uniti della piccola Italia. O forse è soprattutto questione di tempo: d'altronde, la Seconda Guerra Mondiale è ancora relativamente recente, mentre la Guerra Civile americana ormai appartiene a generazioni lontane.

nota della redazione

Abbiamo scelto di servire la Patria. E quando si fa una scelta del genere, può capitare che la sorte decida di scegliere noi. Ogni militare in missione lascia a casa qualcuno che si preoccupa per lui, qualcuno che, salutando il suo eroe in partenza, si sente combattuto tra l’orgoglio e la paura che quell’abbraccio possa essere l’ultimo. Da quel momento in poi, la preoccupazione diventa una costante nelle vite quotidiane di coloro che rimangono a casa; una preoccupazione che si rinnova ogni volta che il telefono squilla mostrando un numero sconosciuto o il campanello della porta suona inaspettatamente, e fa sussultare per il timore delle notizie che potrebbero arrivare.

Quando un militare americano muore in missione, un ufficiale addetto alla notifica dei caduti (CAO – Casualty Assistant Officer), cerca di mettersi in contatto con i familiari di primo mattino, nell’intimità delle loro case, evitando così di chiamarli di sul luogo di lavoro o di aggirarsi nei dintorni dell’abitazione aspettando il rientro di un coniuge o di un genitore.

Le famiglie sentono il rumore di portiere che sbattono (i CAO si muovono sempre in coppia) e poi vedono due militari in uniforme avvicinarsi alla porta. Alcuni li accolgono sulla soglia, consapevoli che chi indossa quell’uniforme può avere soltanto un motivo per far loro visita. Altri sbattono loro la porta in faccia, altri ancora li affrontano con decisione. È necessario avere un forte carattere, e una buona dose di compassione, per chiedere:

 “Voi siete…?”

Alcuni si sciolgono in lacrime, altri mantengono un atteggiamento stoico, altri rimangono ammutoliti dallo shock… Ma dopo la risposta affermativa, le successive parole degli ufficiali trasmettono la devastante notizia: “Siamo addolorati di informarvi che…”. A quel punto, sentono solamente il nome del loro caro e la parola “ucciso”, mentre tutto il resto diventa un brusio indistinto.

A migliaia di chilometri di distanza, altri preparano il ritorno a casa. Il soldato caduto viene posto in una cassa di alluminio refrigerata ed ermetica, ricoperta da una bandiera americana con le stelle rivolte in direzione della testa, e caricato su un aereo pronto a partire. Al suo passaggio, gli altri soldati si mettono sull’attenti per dare l’ultimo saluto al loro fratello o sorella d’armi. Quando la salma giunge in una base dell’aeronautica statunitense, ai familiari in attesa vengono concessi alcuni momenti per rimanere da soli con il proprio caro, prima del viaggio verso l’ultima dimora.

Per alcuni, si tratta di un piccolo riquadro di terra nella propria città natale; altri si dirigono verso uno dei cimiteri nazionali. Il più famoso è Arlington, al di là del fiume che costeggia la nostra capitale, che accoglie migliaia di eroi della nostra Patria. Essi giacciono sotto lapidi tutte uguali, incise in modo semplice e allineate a quelle degli altri che riposano in quel luogo, tutti sepolti con una cerimonia sobria e regolata nei minimi dettagli.

La famiglia rimane seduta, mentre un carro militare trainato da un cavallo trasporta la bara all’interno del camposanto. Il carro è accompagnato da altri soldati – di terra, o di marina, o dell’aeronautica, o dei Marine – che tengono il passo guidati dalla lenta cadenza scandita con voce sommessa da un sottufficiale (NCO – non commissioned officer). Nel luogo della sepoltura, i portatori sollevano la cassa dal carro e la posano su una piattaforma. Un cappellano legge una preghiera, gli amici fanno dei discorsi strappalacrime e, alle spalle della gente lì raccolta, una squadra di fucilieri solleva le armi e spara in aria per tre volte. L’improvvisa esplosione delle scariche fa sobbalzare i partecipanti al funerale. Poi, nel silenzio, la bandiera drappeggiata sulla bara viene ripiegata con cura e consegnata al sottufficiale, il quale si avvicina al coniuge, al genitore o al figlio del caduto e, inginocchiatosi, dice: “Da parte del presidente degli Stati Uniti e di una nazione riconoscente, vi prego di accettare questa bandiera, come simbolo dell’apprezzamento per il servizio onorevole e fedele reso dal vostro congiunto”.

In un’epoca in cui fare il servizio militare rappresenta l’eccezione piuttosto che la regola, la morte sul campo dei nostri soldati è un concetto spesso considerato tanto distante quanto i paesi in cui essi sono chiamati ad intervenire. Può capitare che i giornali locali dedichino un articolo all’eroe cittadino, ma il più delle volte è data ben poca importanza alla circostanza di una vita spezzata al servizio della nostra Nazione. La notizia finisce così per perdersi in mezzo a quelle riguardanti i pettegolezzi delle celebrità, gli intrallazzi dei politici o le altre faccende inutili che riempiono le nostre vite. I familiari dei caduti in combattimento vengono lasciati ad affrontino il dolore come possono, spesso da soli. Per loro, le cerimonie in onore dei propri cari sono come uno spietato promemoria della triste realtà che ha segnato tutte le guerre nel corso della storia: le cose brutte capitano alle brave persone.

In questo giorno del ricordo, prendiamoci un momento per onorare e ricordare i nostri caduti.

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L’autore dell’articolo, Gus Biggio, ha servito come Marine in Afghanistan nel 2009.

© 2018, The Washington Post