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Non diamo ascolto agli europei terrorizzati. Il modello Singapore è la nostra opportunità per la Brexit

Il nostro esitante Cancelliere dello Scacchiere (Philip Hammond), tutto occupato a mettere a punto il bilancio dello Stato, quest’anno ha detto una cosa che mi ha risollevato il morale: ha caldamente sconsigliato all’UE di intralciare la Gran Bretagna nel suo percorso di uscita dall’Unione. “Se siamo costretti a essere qualcosa di diverso, dobbiamo diventare qualcosa di diverso… Dovremo cambiare il nostro modello per riguadagnare competitività”.

Orbene, la prepotente azione di intralcio è sempre in atto, non ultimo per la scandalosa richiesta di sborsare circa 50 miliardi di sterline, o per il diniego alla possibilità di concludere un accordo di libero scambio commerciale con i paesi del Continente. Il 20 novembre scorso, Michel Barnier (capo del gruppo negoziale Ue per la gestione della Brexit – NdT), ha persino scoraggiato pesantemente la Gran Bretagna dal differenziarsi dall’Europa per quanto riguarda le tasse e la legislazione, entrambi sicuramente aspetti essenziali per poter definire un paese come sovrano.

Il Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond

Purtroppo, Philip Hammond non ha mostrato coerenza. Ha detto di aspettarsi che la Gran Bretagna continui con un modello sociale, economico e culturale saldamente europeo. In altre parole, ha fatto marcia indietro sull’idea che la Gran Bretagna del dopo-Brexit possa imitare le tigri asiatiche come Singapore e adottare quelle politiche di bassa pressione fiscale, bassa spesa pubblica e sfoltimento normativo che hanno prodotto standard di vita molto superiori rispetto a quelli a cui sono arrivate la Gran Bretagna e il resto dell’Unione europea.

Tutto ciò è preoccupante. Perché, se vogliamo prosperare, il nostro modello nel dopo Brexit dovrebbe proprio essere Singapore, un paese minuscolo e privo di risorse naturali ma con un’economia fiorente e una speranza di vita media pari a ben 85 anni. Nel 1980, gli abitanti della Gran Bretagna erano più ricchi di quelli di Singapore del 20 per cento, ma oggi la ricchezza dei singaporiani è il doppio di quella degli inglesi. Il confronto con il paese dei sogni di Jeremy Corbyn, il Venezuela, che è andato in default a metà novembre di quest’anno, è ancora più significativo. Nonostante abbiano le riserve di petrolio più grandi del mondo, i venezuelani hanno una speranza di vita inferiore di un decennio rispetto a quelli di Singapore e il loro reddito è di 100 volte inferiore.

La mia tesi è semplice: non ha molto senso lasciare la Ue e la sua palude burocratica per poi continuare a gestire l’economia esattamente come prima. Certo, una scelta di questo tipo potrebbe spianare la strada a un accordo con Barnier, ma a che cosa serve la Brexit (almeno dal punto di vista economico) se rimaniamo attaccati all’alta pressione fiscale e alla spesa pubblica elevata che sono endemiche nell’Unione europea?

In Francia, Svezia e Danimarca lo stato spende più del 50 per cento del PIL e a questa spesa corrisponde una forte pressione fiscale sulle persone fisiche e sulle imprese. Noi siamo in forma migliore, ma non troppo. Il nostro governo spende circa il 42 per cento del PIL e la nostra pressione fiscale è analoga alla media fra i paesi dell’Unione.

Si potrebbe fare diversamente, come indica il gruppo degli Economists for Free Trade e il loro presidente Patrick Minford. Questi è uno dei pochi esperti che ha sistematicamente avuto ragione sulle principali questioni economiche degli ultimi trent’anni, dall’economia dell’offerta dell’era Thatcher (supply-side economics), alla decisione di rifiutare quella macchina generatrice di recessione che è nota come Euro.

Minford e la sua équipe hanno rimaneggiato il modello previsionale del Tesoro, per rispecchiare con maggior precisione la realtà dei flussi commerciali, e sono giunti a previsioni molto più ottimistiche per il futuro della Gran Bretagna. Le loro stime indicano un’impennata nella crescita della Gran Bretagna per gli anni Venti (di questo secolo), a patto che venga realizzata una vera Brexit, con la quale il Regno Unito si liberi totalmente dalla regolamentazione europea.

La legge di bilancio è una grande opportunità di svolta nella gestione della politica fiscale inglese, una possibilità per dare il segnale che il governo trasformerà la nostra economia in una delle più competitive del mondo. Nel momento in cui il Cancelliere si alzerà in piedi, in parlamento, per presentare la legge, dovrebbe guardare verso Est, e non verso le nazioni di Oltremanica, rallentate, sovratassate e impelagate nella palude legislativa.

Il presidente Macron ha il terrore che la Gran Bretagna si liberi dal carrozzone europeo e cerchi di emulare le tigri asiatiche. Vuole che tutti i cavalli europei corrano sotto lo stesso giogo, ma se vogliamo raccogliere tutti i frutti della Brexit, dobbiamo attrezzarci per avere il peso più leggero.

Facciamo un esempio: l’Unione europea è contraria alla concorrenza fiscale, anche se è assodato che abbassare l’imposta sulle imprese fa aumentare i redditi. Quando il nostro governo ha abbassato l’aliquota fino al 19 per cento attuale, i redditi dell’anno fiscale 2016-2017 sono aumentati del 21 per cento rispetto all’anno precedente. Anche se ci dovessero essere dei cambiamenti rispetto alla data in cui scriviamo, questa cifra rappresenterebbe comunque un aumento del 12,6 per cento in termini strettamente finanziari.

Mentre combattiamo per uscire dall’Unione e ci prepariamo a dire addio a Bruxelles, il Cancelliere dello Scacchiere dovrebbe rendersi conto che la Brexit richiede coraggio e incisività. Il nostro modello dovrebbe davvero essere Singapore.

© Telegraph Media Group Limited (2017)