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Non è demonizzando i nazionalisti che Macron riuscirà a far amare l’Europa

Il 9 luglio 2018 il presidente Macron ha tenuto il suo discorso annuale innanzi alle camere riunite (il "Congresso"), per l'occasione speciale, nel palazzo di Versailles. Un discorso molto lungo (un'ora e mezza), che ha toccato tutti i problemi e le speranze della Francia. Sul tema delle migrazioni queste le frasi più rilevanti:

“Questa generazione di giovani che, oggi, abbandona l’Africa, correndo molti rischi e che, in maggioranza, non ha diritto all’asilo (politico), è la gioventù della disperazione, a cui non è stata data alcuna prospettiva. La Francia, e con lei l’Europa, deve riformulare le basi di un partenariato (con l’Africa), perché la storia contemporanea ci ricorda che noi non siamo su un’isola e che i nostri destini sono interconnessi”.

“La Francia non accetterà mai le soluzioni sbrigative che alcuni propongo e che consisterebbero nell’organizzare delle deportazioni attraverso l’Europa per mettere in chissà quali campi di raccolta, vicino alle frontiere, nel proprio territorio o oltreconfine, gli stranieri che un paese non vuole accogliere”.

"Qualsiasi politica nazionalista di corto respiro non sarà in grado di gestire il problema delle migrazioni, semmai lo sposterà nel paese a fianco, seminando discordia".

“Occorre dire chiaramente che la vera frontiera che attraversa l’Europa è quella che oggi separa i progressisti dai nazionalisti”.

nota della redazione

È molto semplice in realtà. Si tratta di una questione binaria. Anzi primaria. “Va detto chiaramente, la vera frontiera che divide l’Europa è quella che oggi separa i progressisti dai nazionalisti”. Alla stregua di un Giudizio universale laico, Emmanuel Macron distingue i buoni dai cattivi. I buoni incarnano il progresso e l’apertura, e possono aspirare ad un paradiso europeo, mentre i cattivi non sono che odio e chiusura, imprigionati nell’inferno delle nazioni. Così, come nel giorno della Parusia, sarà necessario scegliere da che parte stare. La via di mezzo non è contemplata. Dobbiamo precisare che questa Parusia, sul piano elettorale, è prevista per la primavera del 2019, quindi tra meno di un anno. Ecco spiegata l’urgenza per Macron di convincere i francesi a fare la scelta giusta. Specialmente in un momento in cui “paura” e “collera” – così come da lui stesso diagnosticate – crescono incessantemente.

Questa battaglia non rappresenta una novità per il presidente francese. La frattura tra “progressisti” e “nazionalisti” – o, secondo alcuni, tra “europeisti” e “sovranisti” – era già stata teorizzata e sfruttata da Emmanuel Macron e da Marine Le Pen nel 2017, nella speranza, per entrambi, di riuscire a farne la nuova e principale contrapposizione all’interno della vita politica francese. Il discorso di Versailles è stato perfettamente conforme al pensiero e alle dichiarazioni di Macron.

Ma non c’è dubbio che ora Macron stia inasprendo i toni, da una parte drammatizzando la situazione e dall’altra banalizzando l’alternativa offerta ai cittadini. All’interno dell’aula del Congresso, relativamente alla questione europea, Macron ha dimostrato di essere più propenso ad “incantare”, a stigmatizzare e ad affermare le proprie convinzioni in maniera categorica che a spiegare, argomentare, ed elaborare un “ragionamento complesso”. Pur essendosi legittimamente indignato quando i ministri degli interni tedesco, italiano e austriaco hanno scelto il termine “asse” per designare il loro accordo, egli non esita tuttavia a parlare di “deportazione” per etichettare tutte quelle soluzioni che rispediscono gli immigrati alla prima nazione di arrivo.

Questo “shock semantico” ha il deliberato scopo di connotare drammaticamente lo scenario. Ma una tale estremizzazione dei toni può rivelarsi pericolosa per lo stesso Macron. In primo luogo perché non ammette alcuna sfumatura sull’argomento Europa: bisogna essere o profondamente a favore, o profondamente contro. Ma tra coloro (l’ultraminoranza) che non dubitano affatto dell’Europa, e coloro (sempre in minoranza, ma comunque più numerosi) che non vogliono più sentirne parlare, esiste la maggioranza di coloro che si dichiarano delusi, preoccupati e scettici, e che pur accettando l’Europa ne desiderano la radicale trasformazione.

Di sicuro, Macron è il primo ad essere consapevole della necessità di riformare l’Unione europea, cosa per la quale continua a spendersi senza riserve. Tuttavia, nel fustigare in tal modo i “populismi” egli dimostra di non tenere conto della ragionevole analisi dell’ex-ministro degli Esteri, Hubert Védrine: “Il populismo rappresenta la sconfitta delle élite”. Élite di cui, secondo il parere di molti, il presidente Macron è l’incarnazione. Cercando di imporre questa battaglia binaria tra progressisti e populisti, egli corre quindi il rischio di attizzare quelle stesse “paure” e quelle stesse “collere” alle quali pretenderebbe di dare una risposta. Ed è del tutto evidente che il fatto di demonizzare i nazionalisti non sarà sufficiente a far amare, l’Europa. Anzi, è più probabile che accada il contrario.

© Guillaume Tabard, 2018, Le Figaro