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Non volete che i vostri figli a scuola rimangano incollati a uno schermo? Ecco alcune delle domande da fare alla scuola

Mark Prensky, consulente nel campo dell’educazione e progettista di videogiochi, saluta con piacere la comparsa di una nuova generazione di “nativi digitali” che cambieranno radicalmente il nostro mondo. Il titolo di un articolo di Danah Boyd, studiosa dei social media, afferma che i genitori dovrebbero “lasciare totale libertà ai bambini quando sono online” e che questo ci condurrà verso un futuro migliore.

Joe Clement e Matt Miles, due insegnanti di educazione civica, leggono, da molti anni, profezie di questo tipo formulate da fanatici dell’innovazione tecnologica. Nelle loro classi del liceo di Fairfax County, in Virginia, però, la situazione è molto diversa. Gli studenti usano i loro dispositivi quasi esclusivamente a scopo ricreativo, non per andare in cerca di idee innovative e coraggiose.

“Date un iPad a un ragazzino e pensate che sia ragionevole attendersi che lo usi soprattutto per attività educative?” si domandano nel loro ultimo libro Screen Schooled. “Solo chi non ha mai passato del tempo con i ragazzi può pensare una cosa del genere”.

La scorsa settimana mi sono ritrovato a parlare di ciò che questi autori raccomandano, ossia che gli insegnanti rifiutino la maggior parte delle tecnologie didattiche e invece si concentrino di più sull’insegnamento e stimolino direttamente le capacità di comprensione e di pensiero negli studenti. Questi autori vorrebbero migliorare le capacità degli studenti e le loro interazioni umane, invece che insegnar loro a far ricerche su Google.

Sanno molto bene quali effetti possano derivare dal trascorrere troppo tempo davanti a uno schermo. Uno studente è svenuto in classe perché si era alzato alle due del mattino, mentre i suoi genitori dormivano, per giocare a un videogioco. Una ricerca rivela che gli adolescenti passano online in media nove ore al giorno, suddivise tra i vari media di intrattenimento. Clement e Miles hanno stimato, sulla base di diverse ricerche, che circa il 75% degli studenti liceali, quando cammina per i corridoi della scuola, abbia il cellulare in mano anziché in tasca o nello zaino.

Sulla scorta di altre ricerche, sono giunti a queste conclusioni: “il nuovo mondo digitale è un ambiente tossico per le menti in fase di sviluppo dei giovani. Anziché rinforzare la capacità di apprendimento dei nativi digitali, ne ha compromesso la maturazione mentale”.

Essi riferiscono che gli insegnanti di educazione civica sono incoraggiati ad adottare un modello formativo “basato sulle DBQ (Document Based Questions), le quali non sono altro che ricerche in cui tutto il lavoro di ricerca è stato già svolto dall’insegnante”. Clement e Miles rimangono fedeli alle ricerche tradizionali, in cui gli studenti apprendono a valutare i diversi tipi di fonti e a pianificare una strategia di ricerca. E tuttavia i loro studenti sono frustrati quando i loro dispositivi non li conducono immediatamente a qualche fonte subito utilizzabile.

Che cosa possono fare i genitori e gli insegnanti ? Quando Clement e Miles hanno sollevato le loro obiezioni ai sostenitori delle tecnologie didattiche, è stato loro risposto che non erano in grado di comprendere le meravigliose sottigliezze delle nuove modalità di insegnamento. I genitori di buon senso impongono limiti ragionevoli al tempo trascorso davanti agli schermi in casa. Ma quando i dirigenti e i consigli scolastici sono così fortemente favorevoli all’uso delle tecnologie in classe, che cosa possono fare questi genitori per fronteggiare tale tendenza?

Gli autori suggeriscono di porre domande su questo tema in occasione dei colloqui tra genitori e insegnanti.

Se la scuola dice: “Dobbiamo preparare i ragazzi al futuro”, Clement e Miles suggeriscono di chiedere in che modo esattamente i dispositivi elettronici possano aiutare gli studenti a imparare a ragionare, a concentrarsi e a costruire uno spirito di comunità.

E’ anche opportuno chiedere se i dirigenti scolastici dispongano di studi che dimostrino l’esistenza di vantaggi nell’uso dei dispositivi elettronici per la didattica. I dirigenti potrebbero presentare dati relativi a un aumento del coinvolgimento, che tuttavia non provano un miglioramento dell’apprendimento. Giocare ai videogiochi tutto il giorno dimostra un forte coinvolgimento, affermano gli autori, ma non ci sono prove di un miglioramento dei risultati scolastici.

Tra le domande che essi suggeriscono, questa è quella che preferisco: “Posso decidere di non far partecipare mio figlio alle attività didattiche basate sulle tecnologie?”

La maggior parte dei distretti scolastici dell’area di Washington, DC mi ha confermato di non avere un regolamento chiaro su questo punto. Irene Cromer, la portavoce delle Prince William County Public Schools, ha citato un complicato regolamento inerente i rischi dei materiali didattici non testuali, ma ha poi affermato che ogni richiesta di esenzione spingerebbe il preside e l’insegnante a “cercare di fugare le preoccupazioni del genitore”. I dirigenti scolastici della Fairfax County hanno detto a Clement che i suoi figli avrebbero potuto scegliere di non prendere un computer per casa, ma che comunque avrebbero dovuto spedire online i compiti... Fare queste domande, secondo gli autori, aiuta i genitori dubbiosi a comprendere la situazione prima di cercare di mobilitare altri genitori per cercare di allentare la presa delle tecnologie didattiche.

Non sono sicuro che questa strategia funzioni, ma è un tentativo che vale la pena di fare. In alcune circostanze, ad esempio per il recupero o l’abbreviazione della carriera scolastica, i programmi online ben progettati possono rivelarsi utili. Fino ad ora, però, sembrano un cattivo surrogato per il lavoro che un buon insegnante può fare in classe.

© 2017, The Washington Post