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Nuove tendenze per i Millennials: il “turismo del DNA”

Solitamente, non si dà inizio alle vacanze sputando in una provetta…

Invece eccomi qua, chiuso nei bagni del Telegraph, impegnato a riempire di saliva un contenitore sterile. Procedo poi a chiudere il coperchio, che rilascia una sorta di gelatina dentro la provetta, torno alla mia scrivania, inserisco il contenitore in una busta da lettera e la rispedisco alla società che effettua test sul DNA: 23andMe.

Entro qualche settimana riceverò un link via mail. Collegandomi potrò finalmente scoprire da quale parte del mondo provengo, almeno stando ai dati ricavati dal mio DNA.

La società 23andMe sembra frutto dell’immaginazione di Charlie Brooker (l’autore di “Black Mirror”, serie TV fantasy/tecnologica - ndt). La provetta viene recapitata dentro una scatola bianca che reca la scritta: “Benvenuto a te”. La pagina iniziale del sito web, invece, è disseminata di filamenti di DNA, disegnati in stile cartoon, accanto a fotografie di clienti che sfoggiano sorrisi un po’ inespressivi. Sembra quasi di sentir rimbombare, nel quartier generale della società, nella Silicon Valley, lo slogan della compagnia: “23 paia di cromosomi, un unico te!”, con tipico accento americano.

Ma se mettiamo da parte le fantasie alla “Black Mirror”, in realtà 23andMe non è che l’ultimo “strillo”, in ordine di tempo, di un gigantesco settore globale: il turismo legato alle origini famigliari.

Il desiderio di rintracciare la propria ascendenza genealogica non è certo una novità, ed è particolarmente frequente tra i turisti americani e canadesi. Alcuni studi rivelano che il 23% dei viaggi da oltreoceano verso la Scozia hanno l’obiettivo di individuare origini famigliari scozzesi. L’ultimo calcolo del sito Visit Scotland, del 2012, indica 213.000 di queste visite ogni anno.

Anche in Irlanda il mercato del turismo genealogico è fiorente. Società come My Ireland Tour e Irish Emigrant Trails propongono viaggi su misura basati sull’albero genealogico dei clienti, mentre l’intero 2013 è stato dichiarato “Anno della storia di famiglia”, presumibilmente pensando ai circa 33 milioni di americani che si riconoscono come irlandesi.

In linea di massima, fino ad ora la ricerca degli antenati è stata da tutti considerata un compito in cui solo un pensionato poteva imbarcarsi. Ciò, probabilmente, a causa del tempo e della pazienza necessari. Chiunque abbia seguito programmi televisivi come “Who Do You Think You Are?” (“Chi pensi di essere?” - ndt), della BBC, sa che il procedimento per ricostruire una linea dinastica comporta ricerche approfondite in archivi e biblioteche, per trovare certificati di nascita e documentazioni ospedaliere. Solo dopo tanto lavoro si giunge alla fase dell’albero delle parentele, con le foto ingiallite in bella mostra su una lavagna di sughero e le linee di connessione tra la zia Dilys e la pro-zia Phyllis…

Il servizio offerto dalla società 23andMe, però, è un turismo genealogico su misura per gli utenti “dell’era Google”. Esso procura un albero genealogico, seppure approssimativo, per “millennials” che non ne hanno mai esplorato uno — tutto al costo di 79 sterline. E dedicarsi a questo business è una buona mossa: un’occhiata al grafico di Google Trend relativo alla ricerca di “la mia ascendenza” mostra che nell’ultimo decennio l’interesse per l’argomento è cresciuto notevolmente. Ma a cosa si deve tanto interesse?

Jhulianna Cintron, esperta di genealogia alla 23andMe, mi ha rivelato: “Sono tanti i giovani tra i 20 e i 30 anni che si lanciano alla scoperta dei loro antenati, magari perché dalla loro famiglia non ne hanno mai saputo nulla. Senza il test non avrebbero mai la possibilità di scoprire da dove provengono. Da un punto di vista demografico, poi, sono proprio i giovani i più interessati a viaggiare, una volta ottenuti i risultati”.

Ho sempre avuto un interesse piuttosto blando per il mio albero genealogico. Ma quando si è trattato di aprire il link ricevuto da 23andMe per accedere alla pagina web con il mio DNA mi sono veramente emozionato (avessi optato per il test sul rischio di malattie genetiche avrei sicuramente temuto previsioni di terribili malattie — ma meglio lasciare questi turbamenti al cammino inesorabile del tempo, grazie lo stesso…).

Insomma, nel responso, una carta geografica mostrava i diversi luoghi di provenienza del mio DNA, con accanto la loro incidenza in percentuale.

Il fatto che io sia per il 57,6% britannico e irlandese non mi ha sorpreso. Non mi aspettavo affatto, invece, la porzione tedesca, misurata al 9,7%. I risultati sostengono che ho antenati “vissuti in Germania negli ultimi 200 anni”. Mi chiedo: ma dove esattamente?

Risulta poi un 1,2% originario della Scandinavia. Ciò mi sembra un po’ bizzarro: la mia famiglia è caratterizzata da altezze al di sotto della media e capelli ricci castani scurissimi. Il 3,3% iberico appare invece più appropriato.

Ma poi un dato mi ha veramente incuriosito: ebreo Ashkenazita per il 7,5%.

E’ improvvisamente riemerso in me il ricordo dei miei nonni, mentre davano a tutti noi un albero genealogico stampato su carta laminata, ma io ero allora troppo giovane per comprendere queste cose. I famigliari da parte della mia bisnonna — i Nathan — erano commercianti di origine ebrea precoloniale che si trasferirono in Nuova Zelanda. Una rapida ricerca su Wikipedia mi porta su “Storia degli ebrei in Nuova Zelanda”, dove scopro che i Nathan si erano stabiliti ad Auckland.

Ho trovato interessante anche il fatto che apparentemente io sarei “più Neanderthal del 94% dei clienti della 23andMe”. Possiedo infatti l’elemento che dona capelli lisci (questo è esatto) e un’altezza appena al di sotto della media (vedi sopra). Tutto questo potrebbe non  essere pseudoscienza, in definitiva.

Ed ora, cosa dovrei fare di tutte queste informazioni?

La società 23andMe non vende pacchetti di viaggio. Ciò che offre è uno sguardo ben presentato sul nostro background genetico, completo di informazioni dettagliate in modo impressionante su strane questioni come gli “aplogruppi” materni e paterni, o antichi percorsi genealogici.

Non sono realisticamente sul punto di spendere migliaia di sterline per andare in Nuova Zelanda a scovare il mio perduto retaggio ebreo, né di partire per la Germania, la Spagna o la Scandinavia in nome del turismo legato a presumibili legami genealogici. La 23andMe mi ha però fatto assaporare il piacere che si prova nel portare alla luce la propria ascendenza di famiglia.

Con del tempo a disposizione per una ricerca accurata e un po’ di denaro da spendere senza pensieri, il Neanderthal che è in me non escluderebbe un viaggio ad Auckland nel 2060, così, tanto per festeggiare la pensione…

© Telegraph Media Group Limited (2018)