I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra.
Logo 01
Content
Top

Ora i giganti della tecnologia devono darsi fare per non sembrare “cattivi”

Sta accadendo qualcosa di strano nell’industria dell’hi-tech: i grandi player come Apple o Facebook si preoccupano improvvisamente di quello che la gente pensa di loro. Non che prima se ne infischiassero, ma ora hanno compreso che le persone dubitano della loro sincerità quando si tratta di slogan come “non essere malvagio” (motto aziendale di Google, ossia mantenere un codice di condotta leale e “dalla parte dei buoni” - NdT).
 

Tutti i  principali protagonisti del settore sono messi in discussione, accusati di danneggiare la democrazia, la salute pubblica, la concorrenza, l’eguaglianza economica e la privacy. Il tema, oltre ad essere stato sulle prime pagine dei giornali per tutto l’anno, è stato molto dibattuto negli ambienti economici e politici, sia di sinistra che di destra.

E’ quindi logico che le società tecnologiche siano preoccupate, e questo traspare – in misura diversa – nelle campagne di immagine e in tentativi meno evidenti, meno noti, di condizionare la percezione del loro impatto sul mondo.

Lo sforzo più visibile per contrastare le reazioni negative è il tour pubblico attraverso gli Stati Uniti condotto da Mark Zuckerberg, che ha visto il miliardario fondatore di Facebook visitare una chiesa afro-americana nella Carolina del Sud, fare due chiacchiere con dei pazienti tossicodipendenti in riabilitazione nell’Ohio e mettersi alla guida di un trattore in una fattoria nel Wisconsin. Zuckerberg ha anche scritto un lungo manifesto sulla missione di Facebook finalizzata a promuovere il rafforzamento delle comunità, nella vita reale. Inoltre, il suo patrimonio di famiglia finanzia un ambizioso progetto filantropico.

Con ciò non intendo dire che Zuckerberg sia poco sincero quando dice di voler usare Facebook, o la sua ricchezza personale, per delle giuste cause. Ma il suo tour “quasi-presidenziale” è stato anche utile a distogliere l’attenzione pubblica dall’escalation di crisi politiche e sociali che quest’anno ha investito le grandi società tecnologiche, compresa Facebook.

Zuckerberg non è l’unico magnate del web che cerca di ridefinire l’immagine della propria azienda. L’amministratore delegato della Apple, Tim Cook, non ignora certo gli scandali dei fornitori Apple che maltrattano i propri dipendenti o i danni ambientali causati dagli smartphone. Quest’anno ha continuato a far sentire la sua voce su questi temi, criticando al tempo stesso le campagne di disinformazione online e impegnandosi a proteggere le informazioni digitali dei clienti.

Il CEO di Amazon, Jeff Bezos, era solito twittare sulle sue personali iniziative in campo spaziale; ora il suo account twitter è disseminato di aneddoti su iniziative di beneficienza. Ha persino sollecitato suggerimenti su iniziative filantropiche, ha tenuto a sottolineare che gli aerei di Amazon hanno trasportato aiuti a Porto Rico, devastato da un uragano, e ha re-twittato un articolo su un bambino di sette anni che ha utilizzato una lista di regali su Amazon per creare un banco alimentare.

Amazon si è anche attivata, dietro le quinte, per contrastare insinuazioni comparse su alcuni media secondo le quali l’azienda danneggerebbe altre imprese commerciali, ridurrebbe gli spazi di alcune economie locali o soffocherebbe la concorrenza.

Le campagne condotte da Google per migliorare la propria percezione sono meno evidenti, ma si sa che quest’anno la casa madre Alphabet ha cercato di influenzare l’opinione pubblica, deviando alcune ricerche inerenti la sua influenza e supportando analisti legali favorevoli al modo in cui l’azienda utilizza il proprio potere di mercato.

Le campagne di immagine dei grandi player tecnologi vanno di pari passo con le loro decise azioni lobbistiche a tutela dei propri interessi. Per un certo periodo di tempo, Google è riuscita ad orientare, con molta scaltrezza, le decisioni politiche a Washington, anche se ora la sua influenza potrebbe essere in declino. Le altre grandi società hi-tech americane stanno rapidamente imparando a muoversi nei meandri del potere governativo. Google e Amazon sono tra le società che più investono in azioni di lobbying a Washington, subito seguite da Facebook, secondo i dati raccolti dal Center for Responsive Politics (ente di ricerca indipendente che analizza il lobbysmo in politica - NdT).

Washington sta rivedendo la legislazione, relativamente blanda, inerente le aziende della net-economy e queste ultime sono a lavoro, dietro le quinte, per contrastare o modificare le proposte di legge che imporrebbero maggior trasparenza circa i messaggi politici sui loro siti web e le renderebbero legalmente responsabili per l’attività digitale svolta online dai loro utenti.

C’è un contrasto, talvolta imbarazzante, tra gli sforzi che i giganti dell’hi-tech fanno per restituire un’immagine serena e rassicurante e le loro manovre aggressive, messe in atto per raggiungere obiettivi politici e legislativi.

E’ comprensibile che i colossi della Rete adottino approcci multipli per far fronte all’avversione suscitata dalle loro dimensioni, dalla loro ricchezza, dalla loro influenza. La diffusa richiesta affinché i giganti della Rete rendano conto del loro crescente potere è stato il tema clou del 2017 e la questione non è certo chiusa. Perciò, tali imprese non possono limitarsi ai comunicati, ai convegni e ad alimentare il loro “mito”. Devono anche dimostrare, con azioni concrete, di produrre più benefici che problemi per la società contemporanea.

© 2017, Bloomberg