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Perché dobbiamo aumentare la spesa per la Difesa

Piaccia o non piaccia, la spesa militare è un'uscita finanziaria che i grandi Stati non possono evitare, almeno fino a quando tutti i paesi del mondo non si accorderanno per lo smantellamento di tutti gli eserciti (improbabile). Per gli Stati Uniti, trascurare la spesa militare significa abdicare al ruolo di gendarme del mondo e correre rischi molto seri, oltre che subire ricadute negative in termini di influenza geopolitica, e quindi, alla fine, economica e culturale.

nota della redazione

Il Pentagono e lo stato sociale da decenni combattono una lotta senza quartiere da cui il Dipartimento della Difesa esce sconfitto. Un tempo, proteggere la nazione era il primo dovere del governo, ma ora non è più così. I programmi assistenziali, come la Social Security, Medicare, i buoni alimentari, ecc., riducono di molto la spesa per la difesa e la conseguenza è che il paese è diventato più vulnerabile.

Mackenzie Eaglen, esperto in difesa militare dell’American Enterprise Institute, noto think-tank di ispirazione conservatrice, ha elaborato quest’analisi:

“Gli Stati Uniti attualmente possiedono un esercito che sarebbe stato inadeguato addirittura nell’epoca di Clinton, che pure fu piuttosto pacifica. Negli ultimi vent’anni, le forze armate hanno visto ridurre la loro capacità e supremazia in quasi ogni settore. Lo sviluppo militare delle nazioni ostili è in accelerazione, mentre il Dipartimento della Difesa non è rimasto al passo, creando un pericoloso vuoto di cui hanno potuto approfittare, sul piano militare, diversi potenziali nemici. … Gli Stati Uniti continuano a mettere in campo il miglior personale militare del mondo, ma i politici chiedono ai militari di compiere troppi sforzi, da troppo tempo, con troppa carenza di risorse”.

Politicamente, il famigerato “complesso militar-industriale” non ha potuto neanche competere con gli enormi fondi elargiti dallo stato sociale. C’è stata una trasformazione storica, sotto questo profilo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, la spesa pubblica per la difesa solitamente ammontava a metà del bilancio federale e a una percentuale variabile tra l’8 e il 10% del PIL. Nel 2016, la spesa per la difesa è stata pari al 3% del PIL e al 15% del bilancio federale, secondo i dati dell’Ufficio per la gestione e il bilancio. Nello stesso anno, i programmi assistenziali (che l’Ufficio raggruppa sotto la dicitura di “spese per risorse umane”) hanno fatto registrare una spesa pari al 15% del PIL e al 73% (!) del bilancio federale.

(Una nota per i più pignoli: parte delle spese militari non viene conteggiata nel budget del Pentagono, ma la cosa non influisce né sui trend rilevati nei sui risultati di quest’analisi).

Ci sono diversi segni premonitori del fatto che le somme stanziate per la difesa, attualmente pari a circa 600 miliardi di dollari, subiranno dei tagli. Una ricerca recente, realizzata da Todd Harrison e Seamus Daniels del Center for Strategic & International Studies, fornisce questi dati:

- nell’anno fiscale 2015, il numero di militari in servizio ha raggiunto il minimo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale;

- l’Esercito ha riferito al Congresso che i due terzi dei militari impiegati nei Brigade Combat Teams (BCT) non hanno un livello di preparazione adeguato, a causa della carenza di personale, dei problemi nella manutenzione delle infrastrutture e dell’addestramento insufficiente;

- nel 2015, il numero di navi della Marina era più che dimezzato, rispetto al massimo raggiunto nel 1987, e si è attestato sul minimo degli ultimi decenni;

- nel 2016, il numero di velivoli dell’Aeronautica è diminuito del 44%, rispetto al massimo raggiunto nel 1986.

Si potrebbe pensare che, per compensare la carenza di fondi passata e per affrontare le nuove sfide, sia scontato che venga messo a bilancio un aumento considerevole nella spesa per la difesa. La Cina e la Russia incombono come potenziali nemici; la Corea del Nord potrebbe diventare una minaccia globale; il Medio Oriente continua a essere la solita fucina di conflitti; il terrorismo globale è ben vivo e le nuove forme di conflitto (cyberguerra, attacchi con droni e conflitti nello spazio) richiedono risposte innovative.

Le proposte non mancano. Il piano di spesa messo a punto dall’AEI e da Eaglen porterebbe, tra l’altro, il numero di soldati in servizio da 476.000 a 519.000, il numero di navi della Marina militare da 275 a 339 entro il 2025, il numero di aerei dell’Air Force da 5.465 a 6.391 entro il 2022, mentre il tutto darebbe impulso alla ricerca tecnologica e agli approvvigionamenti.

Il senatore John McCain e il deputato Mac Thornberry, presidenti dell’Armed Service Committee in Senato e alla Camera, sostengono questa proposta e lo stesso fa il governo Trump, sia pure con meno dovizia di particolari. Ma il problema non è tanto la scelta tra diverse ipotesi: è la politica di difesa il nodo della questione.

Il piano Eaglen verrebbe a costare 672 miliardi di dollari in più nei prossimi cinque anni. Il Congresso approverà mai una spesa del genere? E, se la approverà, sarà finanziata con un aumento delle tasse (difficile, data l’inclinazione dei Repubblicani per i tagli alle tasse), con riduzioni della spesa in altri programmi governativi (anch’esse difficili: se i tagli fossero così popolari, sarebbero già stati realizzati) o con un ancor maggiore debito pubblico (l’alternativa più semplice, ma imbarazzante)? Le trattative in corso al Congresso per il bilancio 2018 sono orientate al contenimento dell’aumento della spesa per la difesa.

La spesa militare fatica sempre più a trovare alfieri politici. I Repubblicani sposano la causa dei tagli alle tasse. I Democratici hanno il chiodo fisso delle spese per il welfare, erroneamente etichettate come “sussidi” o “programmi assistenziali”.

Queste tendenze politiche, cioè l’abbassamento delle tasse o l’aumento dei sussidi, hanno un tratto in comune: danno una gratificazione politica immediata a fasce ampie dell’elettorato. Viceversa, la spesa per la difesa offre vantaggi minori a una porzione minore dell’elettorato, in particolare a chi lavora nelle basi militari e alle aziende che lavorano per il governo.

Nella corsa ai finanziamenti pubblici, il cosiddetto complesso militar-industriale si trova in netto svantaggio rispetto all’universo del welfare state, parte essenziale e permanente della nostra società. Nessuno ha intenzione di smantellarlo, ma la preferenza per la spesa sociale indebolisce le forze armate. È giunto il momento di riconoscere questo pregiudizio come tale e di superarlo, perché pone una seria minaccia al nostro benessere collettivo.

© 2017, The Washington Post