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Perché parliamo da soli?

Preparate la valigia riflettendo ad alta voce? Elencate, uno per uno, tutti gli articoli che avete acquistato, prima di uscire da un negozio? Soli, di fronte allo specchio, fate commenti sul vostro aspetto? Niente paura, si tratta di un comportamento normale, che nella vita di tutti i giorni può rivelarsi persino utile. Vediamo come.

Per cominciare, dovete ammettere che vi capita di parlare da soli. E che lo fate spesso. Sia che viviate con qualcuno oppure no. Dovete anche ammettere che vi succede regolarmente di pensare a voce alta, per strada, a casa oppure in ufficio, mentre percorrete il corridoio che conduce al distributore del caffè. Eppure, a guardarvi, sembra che nessun emisfero del vostro cervello sia abitato da un amico immaginario. Non siete degli squilibrati. I vostri neuroni funzionano, e anche piuttosto bene. Allora perché vi succede?

Provate a chiedere alle persone che avete vicino se anche loro parlano da sole, e capirete che si tratta di un fenomeno estremamente diffuso. “È abbastanza raro non farlo. Chi non parla da solo, spesso ha un carattere molto chiuso, e rimugina nella sua testa, oppure in modo impercettibile, dicendo fra sé e sé: non ho bisogno di nessuno, nemmeno di me stesso”, spiega Laurie Hawkes, psicologa e psicoterapeuta [1]. Parlare da soli è un’abitudine piuttosto comune, che non rivelerebbe nulla di particolare riguardo alla personalità di chi lo fa. “Tuttavia, capita che le persone estroverse parlino più forte e più a lungo degli altri. Le persone di questo genere amano avere un pubblico, perciò preferiscono pensare ad alta voce quando sono in compagnia di qualcuno. E quando non c’è nessuno, lo fanno in modo ancor più eclatante”, aggiunge la dottoressa.

Nell’immaginario collettivo, parlare a se stessi – o semplicemente parlare da soli – e pensare ad alta voce, significa comportarsi in modo anormale. Al contrario, si tratta di un’azione del tutto naturale. E, secondo la psicologa, anche utile. Infatti, pensare a voce alta ci aiuta a riflettere, a chiarirci le idee, e “rende le cose esternate più ‘reali’ rispetto a quelle che restano solo in forma di pensiero”, osserva Laurie Hawkes. Prendete, per esempio, i problemi di matematica del liceo: esporre a voce alta i dati del problema aiutava a sbloccare un passaggio difficile e a risolverlo. Lo stesso accade quando da adulti facciamo i conti. Spesso, nemmeno terminiamo le nostre frasi.

“Parlare da soli serve anche a rassicurarci, ad incoraggiarci, e può essere un modo per congratularci con noi stessi. Questo contribuisce a renderci indipendenti e a riconoscere a noi stessi il nostro valore. Possiamo servircene anche per rimetterci in riga, con frasi come: ma che idiota sono stato, perché l’ho fatto?”, continua la dottoressa.

Un processo di “digestione”

Ripetere le cose a voce alta può anche essere utile sul lavoro, poiché ci predispone a parlare con qualcuno e ad affrontare meglio un incontro stressante. “Parlare a voce alta è utile a prepararsi per un colloquio di lavoro, per un esame. Inoltre, si tratta di una modalità di espressione usata durante le sedute di psicoterapia: il terapeuta chiede al paziente di immaginare il suo datore di lavoro seduto su una sedia vuota”, racconta la psicologa.

Infine, Laurie Hawkes individua in questo fenomeno una funzione “digestiva”. “Dopo aver vissuto con qualcuno un incontro difficile, o troppo breve, o entrambe le cose, abbiamo bisogno di chiudere quell’episodio. Parlare da soli può allora costituire uno sfogo, perché avremmo voluto concludere quella faccenda, ma non ci siamo riusciti, e siamo rimasti invece con tante domande irrisolte, troppo difficili da sopportare”, precisa la dottoressa.

Dunque, parlare da soli è un fenomeno che non ha nulla di allarmante. Ma se accade spesso, potrebbe essere un sintomo del vostro isolamento, che vi invita ad arricchire le vostre relazioni sociali e a comunicare più spesso con gli altri esseri umani.

Ora sapete cosa fare, non vi resta che metterlo in pratica…

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[1] Laurie Hawkes è l’autrice di L'Art de penser dans un monde distrait et violent (L’arte di pensare in un mondo distratto e violento), Edizioni Odile Jacob.

© Ophélie Ostermann, 2018, Le Figaro