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Putin snobba i cento anni della rivoluzione russa

E' davvero paradossale che mentre Mosca abbia ormai messo in naftalina il comunismo, a Londra - culla del libero mercato - un neomarxista come Jeremy Corbyn abbia vasto seguito nell'elettorato, rischiando di diventare prima o poi capo del governo.

nota della redazione

Il capo del Cremlino prende le distanze dalla Rivoluzione d’ottobre e l’anniversario viene celebrato in sordina.

Cento anni dopo la presa del Palazzo d’Inverno di Pietrogrado (l’attuale San Pietroburgo), che segnò l’inizio della Rivoluzione russa (7 novembre 1917), a commemorare questo evento che cambiò il mondo c’erano solo un migliaio di moscoviti. I simpatizzanti dell’ideale comunista, molti dei quali piuttosto anziani, sono stati accuratamente confinati dietro le transenne disposte lungo la via Tverskaya, l’equivalente moscovita degli Champs-Élysées. Qua e là alcuni ritratti di Marx e di Lenin, slogan che inneggiavano al  “trasferimento del potere ai Soviet”, e drappi rossi ovunque, il tutto strettamente sorvegliato dalla polizia: decenni di dominazione ideologica liquidati in un pomeriggio. “Avrei preferito assistere a un grande spettacolo, alla rievocazione storica della presa del Palazzo d’Inverno o del discorso di Lenin, mentre parla al popolo da un carro armato”, ammette a malincuore Irina, una impiegata di quarantasei anni, che aveva ottenuto dal suo datore di lavoro un giorno libero per partecipare alle celebrazioni.

Che cosa dovremmo festeggiare?

Per decisione di Vladimir Putin, a partire dal 2005, il 7 novembre – ovvero il 25 ottobre, secondo il calendario giuliano dell’epoca – non è più un giorno di festa nazionale. A conferma del suo disinteresse per questo anniversario, il capo del Cremlino ha preferito sostituirlo con la Giornata dell’Unità Nazionale (4 novembre), che commemora invece la vittoria riportata da Kuzma Minin e Dmitri Pojarski sulle truppe polacche nel 1612, preludio all’ascesa al trono della dinastia Romanov. Il 7 novembre, come fosse un giorno qualunque, il presidente russo ha presieduto una commissione di cooperazione militare e ha ricevuto il capo dell’Agenzia per la tutela dei consumatori, Anna Popova. “L’élite politica di oggi ha dimenticato di essere un prodotto di quella rivoluzione, e il governo, tutto preso a perseguire le sue politiche di divisione e a distrarre i russi dai veri problemi del paese, preferisce ignorare questa ricorrenza”, protesta Aleksandr, giovane dipendente di una tipografia. Lo stesso Vladimir Putin, ex agente del KGB a Dresda, nella ex Repubblica Democratica Tedesca (RDT), parlando dell’Unione Sovietica, a cui deve la sua ascesa al potere, non si è mai sbilanciato: “Chi non rimpiange l’Unione Sovietica, è senza cuore, ma chi vuole resuscitarla, è senza cervello”, ha dichiarato nel 2005, usando una formula ormai radicata nella mentalità russa. La sua condanna della Rivoluzione d’ottobre è diventata meno esplicita dopo che i primi movimenti di opposizione lo hanno criticato nell’inverno 2012, e soprattutto dopo il “colpo di stato” ucraino con il quale, nel 2014, il filorusso Viktor Yanukovich è stato cacciato da Kiev.

Secondo il capo del Cremlino, che considera la “battaglia contro le rivoluzioni colorate” una priorità per la sicurezza nazionale, a pilotare gli eventi sarebbe l’Occidente. A questa interpretazione fa eco la serie tv Il demone della rivoluzione, attualmente in onda sul canale Rossija 1, che riduce la presa del potere di Lenin a un complotto ordito e finanziato dalla Germania. Questa settimana, la fiction sarà presentata ufficialmente alla Duma (la camera elettiva del Parlamento russo). Il 30 ottobre scorso, durante la commemorazione del settantesimo anniversario delle grandi repressioni staliniane, Vladimir Putin ha esortato i suoi concittadini a “non regolare i conti col passato”, ma invece a “confidare nei valori di stabilità e fiducia”, di cui il colpo di stato bolscevico e la guerra civile che ne seguì costituirebbero l’antitesi.

Il medesimo atteggiamento diplomatico ha prevalso in occasione della celebrazione della rivoluzione di febbraio (1917, l’abdicazione dello zar), un evento pressoché ignorato dalla memoria nazionale. “Il Cremlino non può associare la propria immagine né al rivoluzionario Lenin, che ha distrutto l’impero, né allo zar Nicola II, un uomo debole che, abbandonando il potere, si è comportato come Yanukovich”, spiega Mikhail Zygar, redattore capo di Project 1917 (Serie multimediale che racconta le due rivoluzioni russe attraverso documenti e testimonianze originali – NdT). “Che cosa dovremmo festeggiare? Non capisco la sua domanda”, ha risposto di recente il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, a un giornalista che lo interrogava sul silenzio dell’amministrazione presidenziale. Così, i dibattiti sono stati rinviati ai cenacoli degli intellettuali, mentre Vladimir Putin ha disertato lo spettacolo di luci in 3D proiettato lo scorso fine settimana sulla facciata del Palazzo d’Inverno, nella sua città natale, San Pietroburgo.

In verità, il 7 novembre si è tenuta una sfilata sulla piazza Rossa, ma si è trattato di una rievocazione della battaglia di Mosca contro l’invasore nazista avvenuta nel 1941: nella Russia di oggi, l’unico evento storico degno di attenzione.

© Pierre Avril, 2017, Le Figaro