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Quando i nostri ragazzi cadono nell’alcolismo

L'acolismo giovanile va individuato presto e contrastato subito. E' più diffuso in nord Europa che in Italia, ma questa testimonianza insegna che occorre essere attenti...

nota della redazione

Per lungo tempo, Anaïs Dariot ha pensato che suo figlio avesse una fobia per gli alcolici. «A tavola, davanti a un bicchiere di vino, mi diceva sempre: ‘non ha un buon odore’». Per questo rimase molto sorpresa quando una sera lo vide rientrare a casa completamente ubriaco. «Aveva 19 anni, in quel periodo già lavorava e, sebbene vivesse ancora con noi, era piuttosto autonomo», spiega. «Così, anche quando, dopo questo incidente a suo dire ‘del tutto casuale’, mi disse che non avrebbe più bevuto, io gli ho creduto».

In seguito, Anaïs Dariot ha raccontato la sua testimonianza sugli oltre dieci anni di grave alcolismo del figlio (Nathanaël. Le combat d’une mère pour sortir son fils de l’alcoolisme - Éd. Pygmalion) «una malattia», come lei la considera, che attraverso le ricadute, le ospedalizzazioni, efficaci solo sul momento, e il deteriorarsi delle condizioni di vita di tutta la famiglia, fa vivere ai genitori un caleidoscopio di emozioni difficili da gestire. Prima fra tutte, il senso di colpa. «Ce l’avevo con me stessa per aver bevuto alcolici durante la gravidanza, poi mi sono sentita impotente quando l’ho visto sprofondare», racconta. Poi i dubbi hanno iniziato a tormentarla: bisogna punirlo ? Opporsi ? Cacciarlo di casa col rischio che poi si trovi in pericolo ? E se gli diamo dei soldi per comprarsi da mangiare, li userà per procurarsi delle bottiglie ? «Il più piccolo aiuto che offrite a vostro figlio, alcoldipendente, può diventare per lui un mezzo di autodistruzione», prosegue Anaïs. Ma la vergogna è stata senza dubbio uno dei “baratri” più bui incontrati da questa madre. «Non avevo il coraggio di dire che mio figlio era un alcolizzato», confessa, «preferivo dire che era un tossicodipendente, perché sapevo che le persone lo avrebbero compatito di più, avrebbero preso in considerazione più seriamente il male che lo consumava».

Questa difficoltà collettiva a inquadrare l’alcolismo giovanile nel modo giusto, è destinata progressivamente a diminuire. In effetti, molti studi confermano un consumo frequente di alcol in quella fascia d’età. Così, è ormai noto che, fra gli adolescenti che vivono nella zona ovest di Parigi, nel mese precedente l’inchiesta uno su due ha vissuto un API (alcoolisation ponctuelle importante), o binge drinking, vale a dire un episodio di assunzione massiccia di alcol in un’unica volta; e che, fra questi, nel 42,9% dei casi, si trattava di ragazze (Osservatorio francese delle droghe e delle tossicodipendenze, dicembre 2015). Significativa anche l’età precoce in cui si inizia a bere: un terzo degli studenti di circa quattordici anni ammette di essersi già ubriacato (Istituto di ricerca e documentazione di economia sanitaria, 2013), dato particolarmente inquietante che mette in allarme gli psichiatri e i cosiddetti medici alcologi, oggi determinati a esprimere la loro preoccupazione. Clara, che oggi ha ventinove anni e fa parte degli Alcolisti anonimi, ricorda di essersi ubriacata per la prima volta, come la maggior parte dei suoi compagni di scuola, verso l’età di quattordici anni. Ben presto, dopo aver provato anche la marijuana, confessa di aver sentito un “legame particolare” con l’alcol. «Ricordo che, di lì a poco, mi venne voglia di bere da sola, e non soltanto durante le feste. Spesso la sera, nella mia stanza, bevevo un bicchierino di porto, di nascosto». Questo uso “singolare” dell’alcol, in alcuni adolescenti può essere un sintomo della loro fragilità. Anaïs Dariot ricorda alcuni comportamenti di suo figlio : «Ci sono ragazzi che bevono soltanto quando sono in compagnia, ma Nathanaël, lui, beveva da solo, e ogni volta fino a non reggersi più in piedi».

Quando si arriva a un uso sistematico dell’alcol per sentirsi meglio durante le feste o per perdere le inibizioni, allora è il momento di considerare attentamente la situazione. Perché se i genitori o il ragazzo non prendono coscienza del problema, questo può provocare conseguenze a lungo termine. Gli specialisti lo sanno bene. A differenza della droga, che aggredisce rapidamente il corpo e la psiche di chi ne fa uso, l’alcol agisce spesso in modo subdolo, per decenni. E la terapia prevista per un alcolista che beve da più di trent’anni ed entra in cura verso i cinquanta, è completamente diversa da quella che serve a un giovane adulto che non ha ancora costruito la sua vita affettiva o professionale. Per Nathanaël, la salvezza è arrivata verso i ventotto anni, grazie all’incontro con un medico alcologo che gli prescrisse il baclofene. Sua madre veniva già assistita dagli Alcolisti anonimi, che l’avevano aiutata a uscire dalla vergogna e dall’isolamento, in particolare facendole capire che suo figlio non era un essere perverso ma un malato. Clara, lei, ha smesso di bere all’età di ventisei anni, grazie agli stessi gruppi di auto-aiuto dove, riconosce, in pochi avevano meno di trent’anni. «Per molto tempo credi di poter tenere la situazione sottocontrollo», spiega, «ma ho potuto prendere il mio posto di adulta e di donna solo dopo essere arrivata all’astinenza». Questo le è stato possibile perché dei veterani, molto più grandi di lei, le hanno trasmesso la loro esperienza. Per questo, oggi Clara si considera «una giovane privilegiata».

© Pascale Senk, 2017, Le Figaro