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Rockefeller, l’asta del secolo

A novembre 2017 Thema International pubblicò questo articolo, proveniente dal Figaro. Oggi, 7 maggio 2018, il Corriere della Sera pubblica la notizia con enfasi: una lieve differenza di tempestività tra Figaro+Thema, da una parte, e Corriere dalla Sera dall'altra.....

nota della redazione

Picasso, Matisse, Monet, Signac e molti altri. A partire dalla fine di novembre 2017, più di venti capolavori viaggeranno fra Hong Kong e Parigi in preparazione dell’asta di una collezione storica.

La vendita della collezione di David e Peggy Rockefeller, che si terrà nel maggio 2018 a New York, passerà alla storia come l’asta del secolo? L’ingente numero di lotti appena rivelato da Christie’s, fra cui numerosi capolavori, sembra confermarlo. La casa d’aste allestirà questa vendita, per l’invidia di ogni operatore concorrente, all’interno del Rockefeller Center di New York, il complesso immobiliare la cui costruzione fu avviata nel 1920 da John Davison Rockefeller, primo miliardario della dinastia, morto a 97 anni nel 1937. Come un segno del destino, questo indirizzo, dove dal 1997 Christie’s ha stabilito la propria sede di New York, ha portato fortuna alla casa d’aste.

L’annuncio di questa storica vendita era già stato comunicato a giugno 2017, dopo la morte, a centouno anni, di David - figlio minore del filantropo americano John Davison Rockefeller Jr. e di Abby Aldrich Rockefeller - ultimo erede di una collezione enciclopedica ispirata a un raffinato gusto classico, con appena qualche nota – come direbbero gli americani – old fashioned. L’annuncio aveva coinciso con il ritorno di Marc Porter all’interno di Christie’s, dove aveva lavorato per venticinque anni come presidente di Christie’s America, dopo aver diretto per tre mesi i progetti di sviluppo internazionale di Sotheby’s. Sono noti i rapporti fra la famiglia Rockefeller e questo fine stratega del mercato d’arte, cui si deve il grande successo che ebbe l’asta dei gioielli appartenuti a Liz Taylor, avvenuta nel 2011.

Ancora una volta, Christie’s - che tratta direttamente con il Rockefeller Estate, l’ente gestore dei beni di famiglia situati a Manhattan, Pocantico Hills o Seal Harbour - potrà beneficiare dell’esperienza acquisita con l’asta Pierre Bergé e Yves Saint Laurent, condotta con successo al Grand Palais di Parigi nel 2009. Questa volta però, l’incasso totale dovrebbe ampiamente superare quello di Parigi, che fu di circa 340 milioni di euro per circa 700 lotti. Per l’asta del Rockefeller Center si parla infatti di 1600 lotti fra quadri, mobili, ceramiche, oggetti d’arte occidentale e asiatica (un bronzo imperiale cinese dell’epoca Kangxi è stato valutato circa mezzo milione di dollari), per un totale stimato, già annunciato dalla stampa americana, di oltre 700 milioni di dollari. “Non possiamo confermare questa cifra”, dichiara Jonathan Rendell, vicepresidente di Christie’s e consulente alle vendite per Bergé e Yves Saint Laurent.

Al momento, “sono state investite ingenti somme per far viaggiare una selezione di oltre venti opere di fama mondiale, firmate Monet, Seurat, Juan Gris, Signac, Manet, Gauguin, Corot, Georgia O’Keeffe o Hopper. I quadri partiranno da Hong Kong alla fine del novembre 2017 e si fermeranno a Los Angeles, Londra e Parigi, prima di fare ritorno a New York”, spiega Rendell. La sfida è enorme. Come preparare quest’evento già denominato “l’asta del secolo”? Una vendita che, in effetti, ha il profumo di un altro secolo, a giudicare dal Marly Rouge del 1807-1809 (sette milioni di dollari) un servizio da dessert che Napoleone portò con sé all’Isola d’Elba, e di cui alcuni pezzi sono conservati a Fontainebleau. Come garantire il successo mediatico di questa collezione dal nome leggendario? Come stupire un pubblico avido di spettacoli sensazionali e immergerlo in un’America sontuosa?

Esposizione al MoMA

Christie’s è impegnatissima nei preparativi. La scenografia si annuncia grandiosa e l’esposizione dell’ampia collezione occuperà tutto l’edificio di New York. I ricavi dell’asta saranno destinati a una dozzina di istituzioni, fra le quali il Museo d’Arte Moderna (MoMA) di New York, secondo la volontà dei Rockefeller i quali, in quanto finanziatori della struttura, nel 1994 vi avevano esposto una parte della loro collezione. Di quest’ultima, poche opere furono vendute mentre i Rockefeller erano in vita. Ci fu un’unica grande eccezione: Centro bianco (Giallo, rosa e lavanda su rosa), un’opera di Mark Rothko del 1950, venduta da Sotheby’s a New York nel 2007 al prezzo record di circa settantadue milioni di dollari, acquistata dall’emiro del Qatar, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani.

Per tutta la vita, David Rockefeller è stato circondato dagli oggetti d’arte conservati dai suoi genitori nella loro residenza di New York, un fantastico scrigno che custodiva sculture cinesi, arazzi francesi, quadri di Goya o Chardin, arte decorativa europea, tappeti persiani e ceramiche di ogni continente. Alle scelte più classiche del padre, faceva da contrappunto l’eclettismo della madre, fondatrice del MoMA insieme alle sue amiche Lillie P. Bliss e Mary Quinn Sullivan, appassionate d’arte d’avanguardia.

Proseguendo la tradizione, David e Peggy continuarono a comprare. La collezione, in principio di gusto decisamente classico, cambiò stile quando la coppia iniziò a occuparsi attivamente della politica di sviluppo del museo – David si unì al fratello Nelson nel consiglio d’amministrazione del MoMA, alla morte della loro madre nel 1948. Alcune importanti donazioni lo testimoniano: la Natura morta con piatto di frutta di Cézanne (1879-1880) o la Natura morta con chitarra di Picasso (1914), esito ultimo di una lunga amicizia con Alfred Barr, primo direttore del MoMA. David fece costruire la nuova ala intitolata a Philip Johnson e si attivò per una espansione della collezione museale, con un costo stimato in 950 milioni di dollari.

“Condividere con gli altri”

Alla morte di Peggy, nel 1996, David continuò a occuparsi dell’avvenire della loro collezione, dando disposizioni sulle donazioni postume a favore di musei e varie istituzioni culturali. “I suoi sei figli non tengono quasi nulla per loro, solo qualche piccolo ricordo”, precisa Jonathan Rendell.

Nel 1992, questo mecenate, che scoprì la Francia a nove anni giocando sui tetti di Versailles e che in seguito condusse una (criticata) strategia di espansione della Chase Manhattan Bank, scrisse: “Abbiamo avuto sempre creduto che la bellezza e l’eccellenza siano fonti di forza e di felicità, e che se si ha la fortuna di vivere fra oggetti belli, bisogna condividerli quanto più possibile con gli altri. Crescendo, ci si rende conto che nulla ci appartiene veramente. Siamo solo semplici custodi”.

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Il Figaro, a margine dell’articolo, segnala il libro La dinastie des Rockefeller, di Jean-Pierre Daviet, MA Éditions, 519 pagine.

© Béatrice De Rochebouët, 2017, Le Figaro