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Shinzo Abe: la vittoria di oggi, le sfide di domani

Rieletto a settembre scorso alla guida del partito liberal-democratico (LDP), Shinzo Abe guiderà il governo giapponese fino al 2021. Secondo la legge, il presidente del partito di maggioranza diventa automaticamente capo del governo di Tokyo. Abe fu eletto per le prima volta alla guida dell’LDP nel 2006, poi – dopo altri presidenti – fu rieletto nel 2012 e ancora nel 2015. Abe ha sinora guidato il Giappone per sei anni e mezzo: per un anno esatto nel 2006/2007 e poi ininterrottamente dal 2012 ad oggi. Se arriverà almeno alla fine di agosto 2020, avrà il record di primo ministro più longevo nella storia del Giappone (7 anni e 243 giorni).

Dopo una sfida difficile, interna al partito, che ha visto la sconfitta dell’ex ministro della Difesa Shigeru Ishiba, il premier Abe si è detto pronto a cambiare la Costituzione e a rivoluzionare il paese nel corso dei prossimi tre anni. In particolare, il primo ministro punta a riformare l’articolo 9 della legge fondamentale, nel cui testo attuale è scritto che “il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, e alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali”. Abe vuole cancellare questa totale contrarietà alla guerra, non perché abbia intenzioni bellicose, ma perché ritiene che per il Giappone sia giunto il momento di avere una vera capacità di dissuasione militare nei confronti degli altri paesi. Evidentemente, Tokyo sente la necessità di contrastare in modo credibile il crescente attivismo militare cinese nei mari a sud del Giappone, visto che Pechino ha costruito in silenzio una pista d’aviazione militare su una delle isole Spratly, prive di sovranità e contese da più paesi dell’area (Vietnam, Cina, Filippine, Malesia, Brunei).

La vittoria del sessantenne esponente conservatore è stata guadagnata con una maggioranza tra i parlamentari, ma non tra i militanti locali. D’altro canto, le elezioni di settembre dell’anno prossimo potrebbero spaccare il Paese, perché per la riforma della Costituzione sono necessari due terzi dei voti popolari.

Il premier si era lanciato in politica negli anni ’90 proprio per riformare la Carta fondamentale del Giappone, in quanto scritta sotto dettatura americana dopo la disfatta della seconda guerra mondiale. Adesso che sta per diventare il primo ministro più longevo del Sol Levante, il suo obiettivo è la stabilità politica, soprattutto in vista della successione imperiale (nell’aprile del 2019 è previsto che l’imperatore Akihito abdichi in favore del figlio Naruhito) e delle Olimpiadi del 2020.

Per rafforzare l’economia e favorire le nascite, Abe sta cercando di accelerare i passaggi per una riforma controversa, che prevede più impieghi per le donne e più immigrati per coprire posti  di lavoro oggi vacanti. Il Giappone, nel corso del tempo, è diventato il paese più “vecchio” del mondo, popolato soprattutto da persone anziane e sole, con livelli bassissimi di natalità (lo scorso anno la percentuale di bambini sulla popolazione è arrivata al livello più basso da più di 100 anni). Gli incentivi finanziari per incoraggiare le famiglie, finora, non hanno avuto grande successo. Tanto che Kanji Kato, deputato del partito liberaldemocratico, durante un incontro politico, ha dichiarato che le donne single, sempre più numerose in Giappone, sono diventate un peso per la società. Così, mentre al gentil sesso nipponico è consigliato mettere al mondo almeno tre figli, per rilanciare il sistema produttivo, il premier Abe ha deciso di promuovere una campagna di sensibilizzazione rivolta alle aziende, per esortarle ad avere un occhio di riguardo nei confronti delle dipendenti donne, aiutandole ad avere tempi e spazi per gestire una (auspicabile) maternità.

© 2018, Thema International