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Sushi e pesce crudo: quali sono le probabilità di sviluppare un parassita intestinale?

Un americano ha scoperto che nel suo intestino era presente una tenia lunga 1,7 metri. Sarebbe stato contaminato dopo aver ingerito pesce crudo.

È accaduto a Fresno, California. Durante l’estate 2017, un ragazzo si è recato al pronto soccorso chiedendo un trattamento vermifugo. Di fronte all’atteggiamento dubbioso dei medici, ha tirato fuori un sacchetto di plastica contenente un verme parassita di 1,7 metri, avvolto nella carta igienica. Il ragazzo, che da diversi mesi soffriva di dolori gastro-intestinali acuti, ne aveva scoperta l’esistenza andando al gabinetto. I medici hanno immediatamente identificato l’origine della contaminazione: ingestione di sushi a base di salmone crudo. L’episodio è stato raccontato l’8 gennaio scorso dal dottor Kenny Bahn dell’ospedale di Fresno, nel corso di una trasmissione radiofonica.

Di che verme si tratta?

“Si tratta del Diphyllobothrium latum, anche noto come “tenia del pesce”, le cui larve possono essere presenti nelle carni dei pesci d’acqua dolce e dei salmoni e vengono ingerite quando il pesce che si consuma è crudo, o poco cotto, oppure se non è stato precedentemente surgelato” – come spiega Marie-Laure Dardé, docente di Parassitologia all’università di Limoges. La specialista precisa inoltre che “è sufficiente un solo pezzo di pesce contaminato per scatenare l’infezione e che, di conseguenza, il caso del ragazzo non è imputabile all’eccesso di sushi”.

Una volta arrivato nell’intestino del suo ospite, il verme cresce di alcuni centimetri al giorno, sopravvivendo in questo modo anche per diversi anni. “Un verme adulto può arrivare a misurare 10 metri” – sottolinea ancora Marie-Laure Dardé – ed è responsabile di un’infezione parassitaria digestiva chiamata difillobotriasi o botriocefalosi.

Questi vermi – ne esistono una decina di tipi differenti – possono infettare il luccio, il pesce persico, la coda di rospo, se questi pesci vengono pescati nei laghi scandinavi, francesi o italiani. La contaminazione può riguardare anche il salmone pescato al largo del Giappone, della Corea, o della costa sul Pacifico di Canada e Stati Uniti. Secondo l’Agenzia nazionale per la sicurezza degli alimenti, i casi segnalati a partire dal 1987 nelle aree dei laghi di Lemano, Morat e Bienne, in Svizzera, e dei laghi di Como, Iseo e Garda, in Italia, sarebbero più di 200. Tra il 2002 e il 2007, sono stati segnalati anche 44 casi in Alta-Savoia.

Quali rischi si corrono nel mangiare pesce crudo?

Dal 2004, una norma europea (n°853/2004) prescrive che tutti i pesci e i molluschi cefalopodi pescati, subiscano obbligatoriamente un trattamento di surgelazione, siano essi “destinati ad essere consumati crudi” oppure “marinati e salati”. Effettivamente, la surgelazione garantisce l’inattivazione delle larve e dev’essere fatta a -20° per almeno 24 ore oppure a -35° per almeno 15 ore.

Se desiderate preparare il sushi a casa vostra, comprando del pesce fresco, fate in modo di congelarlo preventivamente per almeno una settimana. Fate attenzione: la semplice conservazione del pesce in frigorifero non distrugge i parassiti. Per i pesci destinati invece ad essere cucinati, una cottura a 65° è sufficiente a scongiurare qualsiasi rischio.

Quali sono i sintomi?

“Il nostro organismo tollera piuttosto bene i vermi intestinali, perché essi mantengono un “basso profilo” per evitare di essere espulsi, precisa la parassitologa. È anche per questo che nella maggior parte dei casi l’infezione da Diphyllobothrium latum passa inosservata. È tuttavia possibile che l’individuo infettato accusi occasionalmente dolori addominali acuti o dissenteria. Questo verme, peraltro, capta la vitamina B12 degli alimenti e se ne nutre. Fortunatamente, però, gli ultimi casi documentati di anemia da deficit di vitamina B12 risalgono a più di 60 anni fa.

Tutti i sintomi descritti sono comunque troppo poco specifici: di conseguenza, le persone infette potrebbero rendersi conto della loro condizione soltanto dopo alcuni mesi. Esiste, tuttavia, un segnale inequivocabile della parassitosi, ed è l’emissione spontanea di catene di anelli nelle feci. Il verme, infatti, si compone di migliaia di segmenti simili ad anelli, in grado di liberare uova - di per sé non contaminanti (se non ingerite - ndt) - che saranno successivamente espulse con le feci. Fortunatamente, il Praziquantel – un farmaco che va assunto in dose unica – risulta estremamente efficace nel trattare questa infezione.

© Cécile Thibert, 2018, Le Figaro