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Televisione pubblica e privata sempre più simili...

Un sondaggio commissionato dal Senato riaccende il dibattito sulla riforma del servizio pubblico radiotelevisivo

La televisione pubblica deve immediatamente riaffermare la propria differenza. Questo è il messaggio proclamato dal Senato francese il 12 luglio 2018, durante il convegno intitolato “Come valorizzare il servizio pubblico nell’epoca del digitale?”. Un sondaggio realizzato da Opinion Way su richiesta della Camera Alta del Parlamento dimostra che per i francesi la differenza fra mass media pubblici e privati diventa sempre più esigua.

Le cifre parlano chiaro: l’87% degli over 65 intervistati riconosce France 2 come canale del servizio pubblico, ma quasi la metà dei giovani fra i 18 e i 24 anni crede che si tratti di un’emittente privata. E c’è di più: il 28% di questa fascia di popolazione pensa che TF1 sia un canale pubblico! Il 14% considera pubblica anche M6 (in realtà, emittente privata); e ancora, il 10% ritiene che anche NRJ12, canale dedicato in gran parte ai reality show, non sia un’emittente privata… Tutto ciò a conferma del fatto che attualmente il servizio pubblico viene percepito come un enorme guazzabuglio.

Film e serie tv identici

Le cause di questa confusione sono essenzialmente tre. In primo luogo, “la corsa agli ascolti ha portato ad una omogeneizzazione dei programmi”, constata Catherine Morin-Desailly, presidente della commissione cultura al Senato. Ad esempio, solo il 40% degli intervistati ritiene che l’informazione proveniente dai media del servizio pubblico riesca a distinguersi, mentre il 57% la trova uguale a quella offerta dalle emittenti private. Allo stesso modo, più della metà degli intervistati afferma che le serie tv, i film e i programmi di intrattenimento proposti dalla televisione pubblica risultano identici a quelli dell’offerta privata.

In secondo luogo, a prescindere dal fatto che sia vero o meno, la maggioranza degli intervistati crede che la televisione pubblica non sia indipendente, ma che venga influenzata dalla politica. Infine, poiché la pubblicità è presente anche sulle reti di Stato, “molti hanno la sensazione che i media pubblici siano fortemente condizionati dai magnati del settore privato e dalle grandi imprese”, commenta Catherine Morin-Desailly. “E il fatto che le aziende statali non siano molto presenti negli spot trasmessi sui canali di FT-France Télévisions, rafforza ancor di più i dubbi sulla mancanza d’indipendenza del servizio pubblico. L'abolizione, dal 2009, della pubblicità televisiva dopo le 8 di sera (sui canali di FT) è considerata solo una mezza misura. É mancata una presa di posizione netta”.

Risultato: sebbene per i francesi gli obiettivi del servizio pubblico siano ben chiari, nei fatti, il legame fra la popolazione e la tv pubblica si sta sgretolando. Solo il 56% dei francesi è soddisfatto dei programmi proposti dal servizio pubblico. Mentre in Inghilterra questa cifra sale all’86%. “Gli inglesi nutrono un sentimento affettivo verso la BBC. Il loro legame è quasi di tipo ereditario”, spiega il senatore Jean-Pierre Leleux (gruppo parlamentare Les Republicains).

Un doppio danno

Se in futuro l’offerta pubblica francese non ritrovasse il proprio carattere peculiare, il finanziamento statale potrebbe essere a rischio. Perché accettare di pagare un canone, se le proposte delle emittenti private e pubbliche sono uguali? “Dal momento che il confine fra offerta privata e pubblica sfuma, i francesi hanno la netta sensazione di subire un doppio danno, poiché continuano a pagare un canone anche se la pubblicità non è stata totalmente eliminata. Se si mantiene la pubblicità, chiedono di pagare meno, o di non pagare più. Se invece si mantiene il canone, non vogliono più interruzioni pubblicitarie. Insomma, i francesi vogliono uscire dal tunnel del doppio danno”, affermano Jean-Pierre Leleux e Catherine Morin-Desailly.

Un particolare elemento del sondaggio, riguardante il finanziamento del servizio pubblico tramite la pubblicità, dovrebbe attirare l’attenzione dello Stato azionista. Infatti, i francesi si dicono “totalmente contrari all’idea di veder comparire, in futuro, pubblicità mirate nei loro programmi, selezionate basandosi sulla raccolta e lo sfruttamento dei loro dati sensibili; poiché considerano tale pratica contraria allo spirito del servizio pubblico”, insiste la presidente della commissione cultura del Senato. Si tratta di un problema serio, se consideriamo che proprio la promozione personalizzata si profila come la pubblicità del futuro.

Se l’offerta pubblica è sempre più simile a Netflix, è necessario impegnarsi “su quello che forgia la sua specificità, anche a costo di rischiare un calo degli ascolti”, osserva Jean-Pierre Leleux. “Non si tratta di scontrarsi con i GAFA – Google, Facebook, Apple, Amazon – ma di costruire un modello alternativo a quello di Internet, che sia in grado di richiamare l’attenzione degli utenti”, riassume Catherine Morin-Desailly.

© Caroline Sallé, 2018, Le Figaro