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Theresa May antepone la sua leadership alla sovranità del Regno Unito

In un primo momento, le scottanti fughe di notizie trapelate giovedì scorso, riguardanti la (futura) proposta alla UE di Theresa May — proposta del tutto in contrasto con la sua stessa politica sulla Brexit sin qui seguita — mi hanno indotta a pensare che fosse una provocazione molto aggressiva e molto incauta nei confronti dei suoi indisciplinati ministri, oppure che si trattasse solo di una messa in scena.

Si, doveva essere proprio così: una sfida volutamente aggressiva, per dare poi la possibilità alla May di procedere con delle concessioni strategiche in occasione del summit di governo, tenutosi a Chequers (residenza di campagna del Primo Ministro - ndt). I sostenitori della Brexit avrebbero così potuto emergere dai colloqui vantando un successo, e analogamente Theresa May si sarebbe mostrata salda sulle sue posizioni, rimaste sostanzialmente intatte. In pratica una montatura, dove “l’accordo” raggiunto avrebbe consentito a tutti i partecipanti di salvare la faccia.

Ma avrei dovuto capire che non era questo il caso. La signora May, in realtà, non è una stratega di tal genere. Non è sua abitudine mettere in piedi teatrini ipocriti, con il fine di lanciare messaggi fuorvianti. Questa caratteristica, nel caso di un leader politico, appare anche interessante. Nessun trucchetto, nessuna magia, la verità è davanti ai vostri occhi. Eppure esiste un’altra faccia di questa schietta semplicità. Potreste anche chiamarla mancanza di immaginazione. La May sembra infatti non afferrare la rilevanza di principi più ampi, seppur astratti. In sostanza, per Theresa May, tutto il lavoro si riduce a mantenere il suo governo in carica e nei pieni poteri. É semplicemente questo lo scopo prioritario - forse anche l’unico - della sua attività politica.

Detto questo, ritengo che il Primo Ministro non disponga di molto tempo da dedicare ai grandi ideali di sovranità nazionale o di integrità della nazione britannica; credo anche che per lei questi concetti si riducano a forme di retorica esagerata, irrilevanti nelle preoccupazioni di gran parte della popolazione inglese. Le priorità che lei riconosce sono chiare: la gestione del partito ed il mantenimento del suo ruolo di leader. Eppure, non è affatto il caso di considerarlo un comportamento egocentrico: la concezione che Theresa May ha della leadership è certamente radicata in un genuino senso del dovere e della responsabilità. Tuttavia, il lavoro che sta compiendo sotto gli occhi di tutti è interamente rivolto alla politica interna del paese, non ad un possibile grande futuro del Regno Unito nel mondo.

Ciò potrebbe spiegare la ragione per cui la premier ha, dapprima, fronteggiato duramente in Parlamento i ribelli del fronte “Remain”, e poi ha accettato la maggior parte delle loro richieste. In seguito, ha forzato i suoi recalcitranti colleghi di governo ad avallare quello che si presenta, in sostanza, come un accordo sbilanciato sul “Remain”. Come si giustifica questo atteggiamento? La sola spiegazione razionale sembra essere che per la signora May gli obiettivi primari siano la disciplina all’interno del partito ed il mantenimento dell’assetto attuale. Tutto il resto, vale a dire l’auto-determinazione della nazione, una nuova prospettiva globale per il Regno Unito, o l’idea di un governo democraticamente responsabile, non sono altro che roboanti chiacchiere, ideate per mascherare le sue aspirazioni personali – vale a dire, ostentare traguardi spettacolari solo per tenere a bada chi vorrebbe rimpiazzarla.

Una visione delle sue funzioni così ristretta, così “manageriale”, chiarisce il motivo per cui in nessun caso la premier avrebbe preso la direzione che molti di noi sollecitavano, in particolar modo dopo averla vista ridurre abilmente al silenzio i ribelli del fronte “Remain”, in parlamento. Avrebbe potuto considerare quell’occasione una liberazione, e sentirsi finalmente in grado di mettere all’angolo i prepotenti signori di Bruxelles. Questi, dopo aver assistito alla sconfitta della loro quinta colonna dentro Westminster, avrebbero potuto facilmente diventare più malleabili; invece lei sembra aver valutato tutta la faccenda solo come un problema di partito. A seguire, si è trovata ad affrontare l’ugualmente fastidiosa, e assai più anarchica, fazione dei pro Brexit.

L’interpretazione più benevola che mi sento di dare è che Theresa May abbia avvertito, più di ogni altra preoccupazione, il rischio di una sfida alla sua autorità, sapendo che senza questa il governo andrebbe in pezzi e il caos avrebbe la meglio.

E ora cosa accade? Probabilmente Theresa May si accinge a scrutare con attenzione le schiere dei pro-Brexit recalcitranti, analogamente a quanto fece con i fautori del Remain. Nell’ipotesi peggiore, si troverà a fronteggiare una ribellione nel partito Conservatore in sede di voto parlamentare [per ratificare la proposta inglese] – e ciò è quel che Jacob Rees-Mogg [falco degli eurocontrari] sembra voler paventare. Ma sono convinta che lei scommetta – con buone ragioni – in un nulla di fatto, in una sceneggiata senza seguito. Si ritroverà fra le mani solo i resti di quel che fu il gruppo dei parlamentari Euroscettici. E dato che il paese non ne può più della vicenda Brexit, è ben probabile che gli scontenti avranno poco ascolto fra la pubblica opinione.

In realtà, a dirla tutta, la minaccia di un partito spaccato all’interno è la questione meno importante. Di assai maggior rilievo è l’effetto che il pacchetto May, ora avallato dall’intero gabinetto, avrà sul negoziato con l’Unione Europea. Poiché le proposte del primo ministro, presentate come l’estrema e migliore offerta, urtano comunque contro i sacri dogmi di Michel Barnier [capo negoziatore UE], visto che esse “piluccano” singoli pezzetti dell’area di scambio cui dovremmo partecipare – e considerato che esse comportano alcune limitazioni alla libera circolazione delle persone – è probabile che la UE le respingerà subito. D’altronde, se al Regno Unito viene concessa l’esenzione al ferreo principio di libera circolazione delle persone – in quanto stato esterno alla UE ma legato a questa da un trattato commerciale – perché non dovrebbe essere data la stessa chance anche alla Norvegia, per citare un esempio, o ad altri paesi?

Elemento ancor più critico: se ci venissero accordati tutti questi diritti e privilegi di libero scambio con la UE, ma ci fossero risparmiati gli oneri collegati – come l’immigrazione senza limiti dagli altri stati europei – perché mai i paesi UE non dovrebbero essere liberi di riprendersi anch’essi il pieno controllo delle loro frontiere? Come potrebbero reagire gli ungheresi, i polacchi, gli austriaci – per non parlare del nuovo governo italiano – di fronte a un doppio standard di questo genere?

Un tale cambiamento renderebbe più probabile una gara tra i vari stati europei per uscire dall’Unione al fine di ottenere lo stesso tipo di trattamento… Nessuno deve dimenticare che il fenomeno migratorio, e le conseguenze delle frontiere aperte previste dall’accordo di Schengen, rappresentano oggi il maggior fattore destabilizzante per l’intera Unione Europea. Come pensare che una nostra esenzione dalla completa libertà di movimento transfrontaliera non provochi ancora maggior rabbia e frustrazione?

Ciò che Theresa May sta infatti proponendo è una forma di associazione esterna alla UE, con un nucleo centrale di Stati che accettano il progetto federalista e si avviano verso un’integrazione ancora più forte, e – intorno – un secondo anello di Stati affiliati, soggetti a regole ben più blande. A prima vista, sembra un’idea molto ragionevole (purché si abbia la furbizia di non definirla tale…), ma si tratterebbe in realtà di una sfida radicale al progetto UE, ed è per questo che tale ipotesi è sempre stata rifiutata da Bruxelles.

E dunque, che cosa avrà mai detto Angela Merkel a Theresa May nel loro incontro riservato, alla vigilia del summit che ha riunito il governo inglese nella tenuta di Chequers? Ha forse anticipato al primo ministro che l’Unione accetterebbe senza discutere la proposta inglese? Francamente, ne dubito.

La vicenda non finisce certo qui.

© Telegraph Media Group Limited (2018)