I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra.
Logo 01
Content
Top

Trump e il pulsante nucleare

Impulsivo, istrionico e incline ai rancori: con Trump presidente degli Stati Uniti, una parte dell’opinione pubblica americana si interroga seriamente sul comando e il controllo delle armi nucleari. Trump ha già minacciato la Corea del Nord di rispondere “con un fuoco e una furia mai visti al mondo”. Potrebbe farlo veramente? Ci sono dei freni? La Commissione Affari Esteri del Senato, presieduta dal senatore repubblicano del Tennessee, Bob Corker, merita un plauso per aver espresso opportuni timori al riguardo, nel corso di un’audizione parlamentare tenutasi questo mese, la prima del genere dal 1976.

Naturalmente, è la personalità di Trump a suscitare queste domande, che probabilmente non si sarebbero poste con l’elezione di un altro presidente. Ma, dal momento che nello Studio Ovale siede Trump e che è lui ad avere il potere di lanciare armi nucleari, è importante comprendere come funziona il meccanismo di attacco nucleare.

Innanzitutto, c’è da fare una distinzione chiave tra l’attualità e i tempi della Guerra Fredda. Durante il lungo confronto con l’Unione Sovietica, le due parti si sono minacciate a vicenda con missili armati di testate nucleare, capaci di colpire il nemico in 30 minuti. Entrambi i paesi hanno creato elaborati sistemi di comando e controllo, per consentire una rapida risposta all’attacco. La minaccia di una rappresaglia certa e rapida – i due pistoleri che si fronteggiano con le pistole cariche -  funzionava come deterrente contro la guerra. Ovviamente, la dissuasione doveva essere credibile. Negli Stati Uniti il presidente era, ed è, l’unico a decidere. Porta con sé la valigetta con i codici dell’arsenale nucleare e, nell’emergenza di un attacco contro gli Stati Uniti, con l’ausilio dei consiglieri militari, dovrebbe prendere, nel giro di pochi minuti, decisioni drammatiche: decidere se il paese è sotto attacco, come rispondere, contro quali obiettivi, quali armi utilizzare. I missili terra-area possono essere lanciati in circa quattro minuti dall’ordine del presidente, quelli mare-aria in circa 12 minuti. Ovviamente, in un’emergenza del genere, non c’è tempo per una riunione di governo o per consultare il Congresso. Il sistema è sempre questo.

Ma le ansie della gran parte degli americani non riguardano uno scenario da Guerra Fredda, quanto piuttosto un conflitto nucleare nel mondo odierno, caratterizzato da potenze nucleari di secondo livello, in particolare la Corea del Nord, guidata da un leader borioso, che ha condotto sei test nucleari in undici anni e che si sta dotando di missili a lungo raggio, armati di testate nucleari. Il timore è che un qualunque tipo di conflitto – forse una guerra iniziata con forze convenzionali, o un improvviso lancio missilistico, o un semplice malinteso – possa indurre l’impulsivo Trump all’impiego delle armi nucleari. In uno scenario simile, come per un attacco ai tempi della Guerra Fredda, l’autorità di Trump, ai vertici della piramide di comando e controllo, non è in discussione. Ma ci sono dei vincoli.
 

Con tutta probabilità, ci sarebbe un po’ di tempo per decidere, una finestra in cui altre persone potrebbero analizzare, forse contestare o ritardare l’ordine di lanciare un attacco nucleare. Nel 2012, Hans Kristensen, membro della Federazione degli Scienziati Americani, ottenne di visionare piani strategici per la guerra, ai sensi del Freedom of Information Act (legge sulla libertà di informazione), il quale sancisce chiaramente che le opzioni di attacco e la loro esecuzione devono essere conformi alla legge nazionale e internazionale, e che il ricorso alle armi deve rispettare i paletti stabiliti dalla Law of Armed Conflict (la legge sui conflitti armati): “necessità militare, prevenzione di inutili sofferenze, proporzionalità, e discriminazione ovvero distinzione” (di situazioni, contesti, ecc.). L’ex capo del Comando Strategico USA, generale dell’Aeronautica in congedo Robert Kehler, ha testimoniato che l’esercito americano non esegue ciecamente gli ordini (presidenziali) e che verificherebbe la conformità alla legge di un ordine di attacco nucleare. Alla Commissione del Senato è stato ribadito che il sistema è fatto di persone, e che i processi, le verifiche e i controlli non sono automatici. Inoltre, in caso di guerra, il potere decisionale è condiviso tra il Congresso e il capo dell’esecutivo, e quindi viene esercitato con più lucidità ove il ricorso al nucleare non avvenga sulla spinta dell’emergenza.

Vi sono, tuttavia, inquietanti zone d’ombra. Cosa accadrebbe se, poniamo, scoppiasse una guerra convenzionale, ad esempio nella penisola coreana, il Congresso votasse per difendere la Corea del Sud e il Giappone (alleati degli USA), il numero delle vittime crescesse in fretta e Trump volesse ricorrere all’arma nucleare, nella speranza di porre fine rapidamente al conflitto? Trump potrebbe sostenere che un’arma nucleare a bassa potenza, lanciata contro un remoto obiettivo militare della Corea del Nord, è una risposta proporzionata, militarmente necessaria e in grado di evitare ulteriori sofferenze. Cosa può fermare allora un presidente? Il confine tra la guerra convenzionale e quella nucleare può essere assai labile, come in Europa durante la Guerra Fredda. Tutte domande che meritano analisi approfondite.
 

Non sembra probabile che Trump modifichi la sua personalità. Ma c’è un ambito in cui il presidente potrebbe fare qualcosa per rendere il mondo più sicuro: abbandonare, o almeno modificare, il sistema nato durante la Guerra Fredda, adottato sia dagli Stati Uniti che dalla Russia, fondato sul mantenere i missili nucleari in stato di costante allerta. Si tratta di un residuato dell’era di distruzione reciproca su cui gli Stati Uniti, in tandem con la Russia, potrebbero intervenire: una mossa intelligente e pragmatica per limitare gli allarmi improvvisi, che portano con sé la minaccia di errori di valutazione e di catastrofi. Le armi nucleari conserverebbero il loro terribile potere distruttivo, rimarrebbero un forte deterrente. Ma concedere a un leader un po’ più di tempo per decidere se lanciarle in caso di crisi, sembra una misura sensata, e Trump, che ha sempre con sé i codici nucleari, può sicuramente comprenderlo.

© 2017, The Washington Post