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Twitter sta male e la prognosi è riservata

Twitter è ammalato. E si scusa per averci contagiato...

E’ questa la sintesi del “mea culpa” fatto la settimana scorsa da Jack Dorsey, amministratore delegato di Twitter. Dorsey, in una serie di tweets, ha ammesso che l’azienda “non ha del tutto previsto o compreso le ricadute negative sul mondo reale” del suo servizio di messaggistica sviluppato a livello globale. “Siamo dispiaciuti di come alcuni abbiano saputo indebitamente approfittare del nostro servizio, così come della nostra incapacità di fronteggiare il problema”, dice Dorsey. E ancora: “Ci siamo concentrati soprattutto su come evitare la circolazione di contenuti contrari alle nostre condizioni di servizio, piuttosto che nella costruzione di un’infrastruttura che promuovesse un dibattito più sano e sviluppasse il pensiero critico”.

Dorsey chiede al pubblico di aiutare Twitter a migliorare. Come primo passo, si rivolge ad esperti esterni, affinché facciano proposte su come definire e misurare la “qualità” delle discussioni che si svolgono sulla piattaforma. Come primo approccio, Dorsey ha indicato quattro possibili “unita’ di misura“, basate su una ricerca svolta da un ente non-profit affiliato al MIT: 1) grado di condivisione del tema oggetto di attenzione (stiamo davvero discutendo dello stesso argomento?); 2) grado di condivisione dei fatti (ci stiamo basando sugli stessi fatti reali?); 3) varietà delle opinioni (siamo messi in condizione di confrontarci con opinioni differenti riguardo agli stessi fatti?); 4) livello di propensione all’ascolto (tra chi discute, vi è sufficiente apertura e capacità di ascoltare civilmente le diverse opinioni?).

E’ un bene che Twitter stia finalmente riconoscendo di non essere in buona salute. Ancora meglio, che sia disponibile a possibili aiuti dall’esterno. Resta il dubbio che il servizio possa essere affetto da un male inguaribile, e che queste iniziative rappresentino dunque l’ultimo respiro, piuttosto che un efficace rimedio ai suoi mali.

Probabilmente, alla base di queste proposte di cambiamento non vi è solo un nobile sforzo in favore dell’interesse generale. I social network come Twitter hanno capito che se non avviano un percorso di auto-correzione, saranno le autorità pubbliche ad imporre misure restrittive, che rischiano di essere molto meno “morbide” della self-regulation. Nel lungo termine, poi, i difetti che si annidano nei loro sistemi rappresentano una minaccia esistenziale, dunque vale la pena fronteggiarla ora. Essere considerati un pericolo letale per la democrazia, nonché la principale fonte di disinformazione, non è esattamente un buon viatico. Una cura d’urto nel breve termine, sebbene dolorosa, potrebbe apportare i correttivi che  garantirebbero la sopravvivenza nel lungo termine.

In effetti, è da molti anni che Twitter si trova infestata da bots, trolls, disinformazione e molestatori vari; nel 2016, il servizio ha rappresentato uno dei principali fronti della campagna diretta ad influenzare le elezioni americane. Da allora, i suoi guai non sono finiti. Ancora oggi esistono vari account che continuano tranquillamente a trasmettere tweet secondo i quali il massacro alla scuola di Parkland in Florida sarebbe stata una messinscena per influenzare le politiche sul controllo delle armi, e che lo studente-attivista, David Hogg [1], altri non è che un attore assoldato per cavalcare la crisi. A questo proposito, uno speciale “riconoscimento” va alla Russia, che di fronte all’evidente malessere nel dibattito interno americano, ha proceduto sistematicamente a diffondere contenuti che creano discordia. Ma se queste iniziative hanno avuto tanto successo è soprattutto grazie all’influenza negativa esercitata dai social media.

Gli esperti sono divisi riguardo alla possibilità di vincere la guerra alla disinformazione online. Se si guarda ai quattro misuratori citati da Dorsey, Twitter appare in affanno.

Basta cliccare sui “trending topics” per rendersi conto che la condivisione dei fatti reali e il grado di civiltà dei messaggi misurano un livello molto basso. Più in generale, negli Stati Uniti il problema è presente ovunque, almeno a giudicare dal grado di partigianeria che si riscontra su ogni dibattito pubblico e dalle dichiarazioni incendiarie diffuse via Twitter dal primo pubblico ufficiale americano, il Presidente.

Eppure, l’ottimismo, a braccetto con un po’ di cinismo, trova comunque spazio. E’ vero, social media come Twitter veicolano da tempo comportamenti incivili; si è permesso a personaggi discutibili di approfittare della piattaforma; sono state fatte tante vane promesse di cambiamento e si sono consentiti troppi attacchi alla convivenza civile pur di far crescere il numero di utenti e la “partecipazione”, visti sinora come i principali indici del successo e della crescita del servizio. Ma ora è opportuno dare un po’ di credito a Dorsey. Il suo appello può essere il segnale di un’autentica svolta verso un maggior senso di responsabilità. La richiesta di aiuto e di controlli esterni può essere il modo in cui Twitter prova, questa volta, ad andare fino in fondo, sottoponendosi all’esame di soggetti meno compiacenti.

Può darsi non sia esattamente la cura prescritta dal medico, ma almeno è un inizio.

[1] David Hogg è lo studente che, dopo la strage nella scuola, si è fatto portabandiera di un movimento di protesta per introdurre rigidi controlli nella vendita delle armi - ndt.

© 2018, The Washington Post