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Un ennesimo elogio dell’interventismo pubblico omette di dirci perché gli Americani non credono più nel governo

Cosa c’è di più deprimente dell’allegria di un’intellettuale di sinistra? La domanda sorge spontanea leggendo il nuovo accorato libro dello storico liberal David Goldfield, dove ci vien detto che i problemi della società americana potrebbero tradursi in uno stimolo alle capacità del governo di risolverli, se solo gli americani ritrovassero entusiasmo per lo statalismo.

Il libro di Goldfield, “The Gifted Generation: When Government Was Good” [La Generazione eletta: quando l’intervento dello Stato era bello], sottolinea che nel 1964, circa l’80% degli americani aveva sempre o quasi sempre fiducia nel governo federale di Washington. Oggi, quel valore è crollato al 20%. Goldfield non spiega però come mai la fiducia nel governo sia andata calando in concomitanza con il progressivo espandersi dell’azione governativa. La domanda, in effetti, già contiene in sé la sua risposta.

Goldfield celebra, e giustamente, le riforme apportate dal “Servicemen's Readjustment Act” del 1944 [altrimenti noto come “GI Bill”, una legge in favore dei veterani di guerra, proposta da Roosevelt nel 1944 - ndt], ma omette di spiegare cos’è che distingueva quelle misure da tutti i successivi programmi di assistenza sociale. Gli interventi legislativi del 1944 erano mirati a prevenire la diffusione di disoccupazione ed estremismo politico tra i milioni di americani messi in congedo nel dopoguerra. E funzionarono. I veterani affollarono i campus universitari. Godfield spiega nel suo libro che in California c’erano persone costrette a vivere nelle fusoliere di aeroplani rimasti assemblati a metà. Solo chi aveva svolto il servizio militare poteva accedere ai vantaggi garantiti dal GI Bill. Quella legge utilizzò strumenti tipici delle politiche di sinistra – sussidi allo studio e all’acquisto dell’abitazione in favore dei veterani – per raggiungere obiettivi tipici della destra: invece di creare una categoria di persone sotto permanente tutela pubblica, generò una classe media di piccoli proprietari, equipaggiandola con gli strumenti per essere autosufficiente.

All’opposto, la maggior parte del programma di riforme di sinistra al tempo della “Great Society” [legislazione a carattere sociale promossa da Lyndon Johnson negli anni ’60 - ndt] cercò di eliminare ogni intento “moralizzatore” nell’intervento pubblico, ritenendo che in ogni politica diretta a promuovere comportamenti meritevoli fosse insito un atteggiamento di tipo repressivo/autoritario. Il fondamento di questo tipo di politiche di sinistra risiedeva nella concezione secondo cui il governo doveva farsi carico di assistere quella parte della popolazione afflitta da comportamenti sessualmente disordinati o dall’abuso di stupefacenti. Di certo, questo aiuta a capire ciò che resta poco comprensibile nella “narrazione” di Goldfield.

Gli sviluppi politici del dopoguerra affidarono a Truman e poi a Eisenhower il compito di mantenere in piedi lo status-quo emerso a seguito del New-Deal [l’insieme di interventi pubblici adottati negli anni ’30 da Roosevelt per fronteggiare la grande crisi di quel decennio - ndt]. Nelle elezioni del 1964, Lyndon Johnson prevalse su Barry Goldwater, considerato, a ragione, un oppositore delle riforme ereditate dal New Deal. Sedici anni dopo, quello stesso elettorato le cui precedenti scelte Godfield dichiara di ammirare, avrebbe invece optato per una scelta di tipo puramente emotivo [l’elezione di Reagan - ndt], che Goldfield giudica come un’improvvisa manifestazione di impulsi negativi, fino a quel momento rimasti dormienti. Goldfield non distingue, come fece invece Ronald Reagan, tra le politiche di sinistra del New Deal – di cui il “GI Bill” rappresentò il culmine – ed il successivo sviamento di tali politiche. E non riesce quindi a trovare una risposta al perché l’elettorato, a lungo ben disposto verso l’intervento pubblico, non lo è più stato alla soglia degli anni ‘80.

La storia raccontata da Goldfield è punteggiata da fatti singolari: fino al 1943, il governo non cancellò la qualifica di “Ebreo” dai moduli per le domande di immigrazione, come classificazione razziale. Il presidente della Cornell University poteva promettere che la sua università non avrebbe arruolato ebrei, così da non diventare sgradita agli studenti dell’elite protestante. Quando Jonas Salk, che in seguito scoprì il vaccino antipolio, fece domanda per una borsa di studio, una delle lettere che lo raccomandavano diceva: “il Dr. Salk è un membro della razza ebraica, e tuttavia io credo abbia la dote di saper andare d’accordo con gli altri”. Questi fatti fanno rabbrividire, ma sono un indicatore più preciso sull’effettivo avanzamento in campo sociale rispetto a quanto possa suggerire il livello di spesa pubblica per i programmi di assistenza.

La (scarsa) capacità di Goldfield di capire l’America di oggi si coglie guardando al suo sincero disappunto circa il fatto che la tassazione sul reddito non sarebbe oggi “genuinamente progressiva”, dimenticando che il 10% dei contribuenti più ricchi contribuisce per più del 70% alle entrate fiscali, mentre l’ultimo 50% paga meno del 3% sul totale.

Goldman idealizza il ruolo del governo come fosse quello di un “arbitro” neutrale, un terzo disinteressato che assicura il corretto gioco tra le parti. E’ mai possibile che nessun intellettuale di sinistra si confronti con la teoria economica delle scelte collettive, che smitizza il ruolo della politica, sgonfiando ogni sentimentalismo circa il fatto che gli uomini politici e i burocrati possano svolgere un ruolo più nobile e disinteressato rispetto a quello svolto da qualsiasi altro essere umano? C’è qualcuno, a sinistra, capace di accorgersi che nessun governo è davvero neutrale rispetto all’allocazione di ricchezze e opportunità tra i diversi membri della società? E che più lo Stato cresce, più è soggetto ad essere manipolato da coloro che siano sufficientemente decisi, attrezzati e capaci di sfruttarne la complessità, ovvero sufficientemente ricchi da assoldare i consulenti più esperti nell’orientarsi in questo labirinto?

Ecco perché l’espansione della cosa pubblica ha effetti inevitabilmente regressivi, trasferendo la ricchezza verso l’alto.

© 2018, The Washington Post