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Un futuro di povertà per il Venezuela

Per anni, il sedicente governo socialista venezuelano ha pagato milioni di dollari a Wall Street per evitare il default derivante dal suo pauroso debito estero, privando la popolazione di cibo e medicine essenziali. Oggi, quest’improbabile politica, l’ennesimo segno con cui il governo di Nicolás Maduro si distingueva tra gli altri “stati paria” del globo, sembra divenuta non più percorribile. Di recente, le agenzie di rating hanno dichiarato il Venezuela e la sua azienda petrolifera di Stato (Petroleos de Veneuzula – ndT) in condizione di selective default, un livello che può scatenare una serie di ulteriori valutazioni finanziarie (negative) e indurre i creditori a impadronirsi al più presto dei beni del paese situati all’estero.

Per ora, l’assalto non è iniziato e Maduro, insieme ai suoi collaboratori più stretti, ripete di non voler interrompere il rimborso degli oltre cento miliardi di dollari dovuti dal governo e dalla sua compagnia petrolifera ai creditori esteri. Il regime ha recentemente convocato a Caracas i creditori per dichiarare la propria intenzione di voler ristrutturare e rifinanziare il debito. Tuttavia, il governo non ha presentato alcun piano dettagliato, oltre ad aver mancato di onorare una recente serie di rate in scadenza. Con circa dieci miliardi di dollari in cassa, difficilmente sarà in grado di pagare gli otto miliardi di dollari da rimborsare nel 2018. La gran parte degli analisti ritiene che una condizione di default totale, imminente o nel giro di pochi mesi, sia inevitabile.

Al di là dei numeri, purtroppo, c’è una lunga scia di atti illeciti e di corruzione. Il regime di Hugo Chávez e del suo successore ha sempre preso in prestito dall’estero somme enormi di denaro pur registrando incassi record dalle esportazioni di petrolio. La gran parte di questi introiti è stata sperperata o rubata. Quando il prezzo del petrolio è crollato, Maduro ha dovuto scegliere tra il pagamento delle rate e gli approvvigionamenti alimentari. Ha scelto Wall Street, aggravando così la catastrofe umanitaria del suo paese: la maggior parte della popolazione sostiene di aver perso peso a causa della mancanza di cibo e circa 500mila persone hanno abbandonato il paese negli ultimi due anni.

La riluttanza del regime a dichiarare il default riflette il timore di possibili conseguenze. Il Venezuela possiede ingenti beni all'estero, compresa la compagnia petrolifera Citgo e le raffinerie che gestisce negli Stati Uniti. Se tali beni, insieme alle petroliere venezuelane, venissero confiscati, il governo perderebbe le sue ultime fonti di sopravvivenza economica.

Maduro, naturalmente, potrebbe essere in grado di onorare i debiti del suo paese e dar da mangiare alla popolazione, se decidesse di ricorrere al Fondo Monetario Internazionale e adottare alcune misure elementari per stabilizzare l'economia. Ma il Venezuela si rivolge unicamente a Cuba, il cui apparato di intelligence spinge per il passaggio alla piena dittatura, e alla Russia, che nell’appoggiare qualsiasi causa antiamericana ha già salvato Maduro varie volte ed ha recentemente annunciato un ennesimo accordo per rifinanziare il paese.

L'amministrazione Trump, da parte sua, ha cercato di portare Maduro verso la bancarotta, impedendo ai trader statunitensi di negoziare il debito venezuelano. Il regime, ovviamente, accusa Washington di essere responsabile dell’attuale caos finanziario, ragion per cui il Ministero del Tesoro degli Stati Uniti ha proposto un ragionevole compromesso: gli Stati Uniti potranno accettare un piano di rifinanziamento solo se questo sarà approvato dall’Assemblea Nazionale venezuelana, controllata dall'opposizione. Tale mossa potrebbe indurre Maduro a trovare un accordo con i suoi oppositori politici interni. Oppure, molto più probabilmente, il Venezuela è destinato a un futuro di privazioni e miseria.

© 2017, The Washington Post