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Un primo bilancio a 18 anni dall'introduzione dell'Euro

L’Euro compie la maggiore età: sono passati 18 anni dal 1999, quando fu introdotto in alcuni paesi dell’Unione europea.

La validità, o meno, del progetto Euro è un tema estremamente caldo e sentito nella pubblica opinione italiana. E ciò, evidentemente, non è un caso. Vi è, infatti, la diffusa percezione che l’Euro abbia determinato, o almeno coinciso con, un netto peggioramento delle condizioni reddituali di molte fasce sociali. Per esempio, il Rapporto Confprofessioni del 2017 ha rilevato che i notai hanno perso in media il 50% dei loro redditi tra il 2006 e il 2015 (-7% in media ogni anno…). Anche farmacisti e architetti hanno visto calare i redditi annui (-15% e -25%, rispettivamente). Analogamente, si contano ormai a decine di migliaia i messaggi sui social di persone che lamentano il ridotto potere d’acquisto degli stipendi in euro rispetto ai tempi della Lira. D’altronde, l’ex ministro Tremonti affermò, anni or sono, che l’avvento dell’Euro ha dato il destro, a intere categorie commerciali, di raddoppiare i prezzi di vendita (sebbene l’effetto finale sia stato poi in buona parte annullato da una riduzione delle quantità vendute, secondo la legge della domanda e dell’offerta).

Per cercare di gettare un po’ di luce su questo tema, un istituto tedesco di ricerca, il Centrum für Europäische Politik (CEP), ha realizzato nei mesi scorsi uno studio sugli effetti dell’Euro (“20 anni di Euro: vincitori e perdenti, un’analisi empirica”).

In verità, dal 1999 in poi vi sono stati diversi studi volti a misurare questi effetti, ma – stando a quanto afferma il CEP – quasi tutti si sono concentrati sul settore degli scambi commerciali all’interno dell’area Euro (rilevando, come è facile intuire, un aumento dell’import-export intraeuropeo, un elemento certamente positivo). Nessuno studio ha valutato se e quanto la ricchezza dei paesi Euro sia aumentata o diminuita dall’introduzione della moneta unica.

L’analisi è stata circoscritta solo ai paesi che al momento dell’introduzione dell’Euro erano dentro la Ue già da molti anni. Ciò, al fine di evitare possibili distorsioni dovute alla concomitanza tra adozione dell’Euro e ingresso nella Ue. Quindi, sono stati analizzati i dati di Germania, Francia, Italia, Spagna, Belgio, Olanda, Portogallo e Grecia.

I ricercatori si sono posti la domanda: “Come sarebbe evoluto il PIL di ciascun paese se l’Euro non fosse esistito, e quindi se ogni nazione avesse mantenuto la propria valuta precedente?”. Ovviamente, non è possibile sapere davvero cosa sarebbe accaduto senza l’Euro. Tuttavia, gli studiosi hanno individuato, per ognuno degli otto paesi in questione, una serie di altri paesi esterni all’area Euro molto simili nell’andamento storico del PIL e nella crescita del numero di residenti. Per quanto concerne l’Italia, ad esempio, si è ritenuto che nei 18 anni in questione le variazioni di PIL nel Regno Unito, in Australia, in Israele e in Giappone, dosate secondo certi pesi, forniscano una realistica approssimazione di quel che sarebbe accaduto al nostro paese in assenza dell’Euro.

I risultati dell’analisi sono sconcertanti.

Se non vi fosse stato l’Euro, il PIL della Germania nel 2017 sarebbe stato più basso di 280 miliardi di euro. Detto all’inverso: grazie all’introduzione dell’Euro, la Germania ha avuto nel 2017 un PIL più alto di 280 miliardi di euro rispetto a quello che avrebbe avuto se fosse rimasta con il Marco. In termini di PIL pro capite, cioè la ricchezza media teorica di ogni cittadino, il vantaggio 2017 è pari a 3390 euro. Ogni tedesco, dunque, in quell’anno è risultato più ricco di 3390 euro rispetto a quel che sarebbe stato senza la moneta unica.

La Germania, fra tutti gli otto paesi analizzati, è quello che ha avuto i benefici più consistenti.

All’opposto della graduatoria, si colloca l’Italia. Il nostro paese è quello che ha rinunciato alla maggior quantità di PIL rispetto a tutti gli altri otto. Per l’Italia, il PIL 2017 sarebbe stato di 530 miliardi più alto se non ci fosse stata la moneta unica. Analogamente, il PIL pro capite sarebbe stato superiore, per 8756 euro.

Anche la Francia registra un bilancio molto negativo: senza la moneta unica avrebbe avuto un PIL maggiore di 374 miliardi di euro, ovvero un PIL pro capite più alto di 5570 euro.

Gli altri sei paesi si trovano in situazioni comprese tra questi estremi. Ma solo uno di loro, come la Germania, ha un bilancio positivo, vale a dire l’Olanda (maggior PIL ottenuto: 19 miliardi di euro). Gli altri cinque registrano una perdita: dai 56 miliardi di mancato PIL per il Portogallo ai 10 del Belgio. In mezzo a questi due, Grecia e Spagna.

In definitiva, l’analisi suggerisce che Italia e Francia si sarebbero trovate decisamente meglio se l’Euro non fosse stato adottato, mentre la Germania ha fatto un ottimo affare. Ma questa conclusione immediata e meramente numerica non deve trarre in inganno. La realtà è che la Lira avrebbe consentito di effettuare quelle svalutazioni competitive che in passato avevano sempre risolto la mancata crescita nella produttività.

L’Euro impedisce all’Italia la svalutazione della moneta e la pone davanti a un bivio fondamentale: applicare riforme strutturali coraggiose, che permettano di far crescere la produttività, oppure continuare a subire il diktat dei mercati, che impongono tassi di interessi crescenti ai paesi che chiedono prestiti ma non migliorano i conti interni. La terza opzione, quella del ritorno alla Lira, presenta rischi troppo grandi per poter essere presa davvero in considerazione. I mercati internazionali giudicherebbero che l’Italia non vuole impegnarsi per aumentare la produttività e che dunque prestarle soldi diventa più rischioso, il che comporterebbe tassi di interesse maggiori, cioè una maggiore spesa per il bilancio statale. Si innescherebbe un pericoloso avvitamento verso il basso.

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