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Un test genetico che personalizza la dieta può cambiarci la vita?

Mi giro verso la collega seduta accanto a me in ufficio, e le dico: “sai una cosa?”

“Cosa?” mi risponde, rallentando il suo picchiettio sulla tastiera.

“Le persone con il mio stesso genotipo”, riprendo, senza staccare gli occhi dai risultati del mio test genetico, “emanano un forte odore quando sudano”.

“Avrei potuto dirtelo io già da secoli” replica lei in tono sprezzante, reimmergendosi nel suo lavoro.

Ecco: vi presento la genetica di consumo.

Un percorso iniziato dieci anni fa e ora entrato in una seconda fase. Grazie al progresso tecnologico e al contributo di una moltitudine di studi sul funzionamento del genoma, un numero crescente di laboratori offre test genetici direttamente ai consumatori.

Perché? Per il semplice fatto che i geni possono rivelare lo stato di salute, la predisposizione a determinate malattie, i cibi più adatti al metabolismo, le caratteristiche fisiche di una persona e se questa è portatrice sana di malattie ereditarie. E se uno puzza.

Due mesi fa ho contattato due diverse aziende per sottopormi a un’analisi genetica. Da ognuna ho ricevuto per posta una provetta; come un cameriere stizzito, vi ho energicamente sputato dentro e le ho rispedite. Dalle cellule di quel campione di saliva, i due laboratori hanno esaminato il mio DNA, alla ricerca dei geni che alcuni studi hanno associato a determinate caratteristiche. Sulla base dei risultati, ho ricevuto un resoconto personalizzato e dettagliato, corredato di consigli e raccomandazioni.

La buona notizia? Non ho alcuna malattia ereditaria (l’ho indicato sui miei profili social), tendo ad avere una buona memoria, e difficilmente mi verrà il diabete. Bene. Quelle cattive? Non metabolizzo bene la caffeina, tendo a ignorare il mio livello di sazietà (leggi: sono goloso), e potrei facilmente contrarre l’asma bronchiale. Inoltre, dicono che il mio sudore emana un cattivo odore (falso!).

Sottoponendomi a questi test ho contribuito a un trend in costante crescita. Uno studio ha stabilito che nel 2015 il mercato globale dei test genetici valeva £2,86 miliardi (€3,2 mld), un business che entro il 2021 arriverà a £5,05 miliardi (€6,15 mld).

Si tratta di una crescita vertiginosa che, secondo Sergey Musienko, riflette il “cambiamento epocale in atto nel campo della medicina”. Sergey è un bioinformatico di origini russe, formatosi nella Silicon Valley, cofondatore della Atlas Biomed, la società che mi ha fornito l’analisi del microbioma e del genoma. 

Discutendo sulle ragioni di un simile cambiamento, Sergey ha citato alcuni dati secondo cui oltre la metà degli ultracinquantenni che abitano il pianeta è affetta da almeno una patologia cronica. Per questo motivo, dice Sergey, “si comincia investire più sulla prevenzione invece che sulla cura. È meno costosa e presenta maggiori vantaggi per l’individuo”.

Ma quali sono i vantaggi? Secondo il test di Sergey, io non sono ad alto rischio l’Alzheimer. Ma se lo fossi, vorrei saperlo? Forse no. Del resto, quando questi test dicono che è presente un maggiore rischio di sviluppare una determinata malattia, significa semplicemente che tale rischio supera la media solo di pochi punti percentuali.

La dottoressa Caroline Wright, della Exeter University, mi ha spiegato che “non esistono prove concrete sul fatto che il punteggio di rischio genetico sia utile ai fini della prevenzione per la maggior parte delle malattie”. 

La dottoressa Wright, professore ordinario presso la facoltà di medicina, sostiene che, a parte l’analisi “altamente predittiva” dei caratteri recessivi, “la genetica è una scienza molto complessa, ma è solo una delle componenti che influiscono sul nostro benessere”. Se si vuole ridurre il rischio di contrarre le diverse malattie, avverte, basta fare ciò che gli enti sanitari pubblici già ci dicono di fare: mangiare frutta e verdura, fare esercizio fisico.

Purtroppo, è assodato che uno stile di vita epicureo favorisce molto di più la rovina di una persona rispetto a quanto non faccia il suo DNA. 

Ad ogni modo, è utile sapere quali cibi siano più adatti al proprio organismo. Prima di avere l’esito dei miei test, non sapevo di metabolizzare il ferro, e quindi di averne maggiormente bisogno rispetto alla media delle persone.

Oltre ai risultati, Atlas fornisce un elenco di alimenti consigliati. Tra i miei c’erano gli spinaci, e da allora cerco di mangiarne di più.

I risultati dei miei due test presentano piccole differenze. Per esempio, il primo, fornito dalla iamYiam (Uk), ha constatato un “rischio superiore alla media di soffrire di problemi cardiaci”. Atlas, invece, mi ha inserito nella fascia verde di rischio “contenuto”. E mentre Atlas afferma che “non ho una predisposizione a percepire il sapore amaro”, IamYiam mi informa che ho  “un’elevata percezione del gusto amaro”, avvisandomi che potrei non amare gli spinaci (ma con “ferrea” volontà continuerò a mangiarli).

A cosa sono dovute tali discrepanze? Lorena Puica, direttore generale di IamYiam, mi ha spiegato che la sua azienda analizza due geni per la percezione del gusto amaro, mentre Atlas non lo fa. Inoltre, lei non considera soddisfacente l'affidabilità dei due studi su cui Atlas si basa per analizzare un’altra coppia di geni. Riguardo al rischio di infarto, entrambe le società hanno tratto le medesime conclusioni, ma le hanno poi sviluppate utilizzando i dati aggiuntivi derivanti dal campione di microbioma che ho consegnato ad Atlas e dai questionari che ho compilato per entrambe.

Insomma, pur tenendo conto dei risultati e impegnandomi a seguire i consigli ricevuti, non dimentico che lo stile di vita conta di più dei geni cattivi. E posso dunque tornare a ribadire quanto ho detto alla mia collega: “io non puzzo!”.

© Telegraph Media Group Limited (2017)