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Una dottoressa viene ricoverata: scopre che i medici talvolta non trattano bene i pazienti (e ci scrive un libro)

Cosa pensa e cosa prova un medico quando si ritrova ricoverato per una grave emergenza? Una dottoressa americana lo racconta in un suo libro appena pubblicato negli Stati Uniti (chissà se fra i nostri lettori c'è un editore che potrebbe pubblicarlo in Italia?).

nota della redazione

Rana Awdish, dottoressa in un reparto di terapia intensiva, era abituata ad aiutare i pazienti in fin di vita, ma non a essere uno di loro. E poi, all’’improvviso, si è ritrovata al Pronto Soccorso, con una gravissima emorragia.

In ospedale, ha avuto un aborto spontaneo, rischiando di morire. E’ stata poi sottoposta a cinque grossi interventi chirurgici, ha affrontato complicazioni e una convalescenza durata mesi. Ricoverata nell’ospedale in cui lavorava, è emersa da questo incubo letteralmente sconvolta per il trattamento ricevuto dai suoi colleghi medici.

Nel suo libro “In Shock: My Journey From Death to Recovery and the Redemptive Power of Hope” (Sotto shock: il mio viaggio dalla morte alla guarigione, e il potere terapeutico della speranza), Rana Awdish trasforma in materia letteraria il suo straziante calvario ospedaliero e ne trae spunto per rivolgere un appello ai medici, perché siano più sensibili verso i pazienti.

Quando i dottori mettono in dubbio ciò che i pazienti riferiscono, minimizzano il loro dolore e li etichettano come “difficili”; in breve, fanno loro del male invece di aiutarli a guarire – sostiene la Awdish. E questa mancanza di empatia non fa soffrire solo i pazienti; a suo parere, i medici  stessi si fanno del male, cercando di ignorare, nella pratica della professione medica, le emozioni che accompagnano la vita e la morte.
“La formazione che riceviamo non ci insegna a riconoscere i nostri fantasmi, né quelli degli altri”  scrive nel libro. “Non conosciamo le ossessioni dei nostri maestri e dei nostri amici”. La Awdish sfida i suoi colleghi a guardare in faccia i fantasmi della paura, della vergogna e della colpa, per dare vita a una medicina più umana.

La storia che Rana Awdish racconta è drammatica: un aborto devastante, un’insufficienza multiorgano, l’incertezza che accompagna un’improvvisa emergenza medica. Eppure, nel suo libro, l’autrice cerca, quasi con disperazione, un barlume di speranza nei momenti più bui della vita, e lo trova. Andando verso il dolore, invece di fuggirlo - ci suggerisce Awdish - i medici possono fare meglio il loro lavoro e i pazienti possono trovare conforto anche nel dolore più profondo.

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In Shock: My Journey From Death to Recovery and the Redemptive Power of Hope – St. Martin’s Press, 272 pagine, $14,54 (su Amazon.com).

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BIO - La dottoressa Awdish svolge anche attività di conferenza per medici, assistenti, e scuole di medicina in tutti gli Stati Uniti. Nel 2014, ha avuto il premio Speak-Up Hero per il suo apporto nella creazione del programma di formazione CLEAR (connessione, ascolto, enfasi, allineamento, rispetto), che insegna metodi di comunicazione medico-paziente a docenti e studenti universitari. Nel 2016, è stata premiata dalla fondazione Henry Ford come Docente dell’Anno per l’Assistenza Medica Intensiva. E’ stata intervistata dalla radio pubblica statunitense (NPR), da MedPage, Health Leaders Media e dalla Beckers Hospital Review. Un suo articolo (“A view from the edge”), pubblicato dal New England Journal of Medicine Perspectives, ha avuto oltre 100mila lettori online, rientrando nell’1% degli articoli più visti in campo medico.

(nota biografica a cura della redazione)

© 2017, The Washington Post