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Uno spiraglio nel "Regno nel deserto"

Ascoltando l'enfatico invito alla modernizzazione del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, un osservatore non può fare a meno di chiedersi: ma è proprio è vero?

E’ lecito chiedersi se in un paese tradizionalmente molto conservatore come l’Arabia, le proposte di cambiamento del giovane leader siano approvate sia dalla leadership religiosa che dall’opinione pubblica.

Fare previsioni attendibili sull'Arabia Saudita è praticamente impossibile per uno straniero. Tuttavia, alcuni spunti di riflessione sono emersi durante un mio viaggio in quel paese, a seguito di alcune interviste a dei giovani sauditi ed a un religioso musulmano di grado elevato. Tutti hanno espresso un convinto sostegno al programma di riforme.

É difficile capire se il processo riformista promosso dal principe ereditario avrà successo o meno. Ma il suo alleato chiave è lo sceicco Mohammad Al-Issa, a capo della Lega musulmana mondiale sostenuta dall'Arabia Saudita. Parlando con me grazie ad un interprete, Al-Issa ha approvato le recenti iniziative del principe ereditario, a suo dire apprezzate anche da altri ulema, alti esponenti religiosi.

Mohammad Al-Issa ha iniziato esprimendosi sulla simbolica questione delle donne alla guida di automobili, autorizzate a partire dal prossimo giugno. “Consentire la guida delle auto alle donne non è mai stato un problema religioso…piuttosto una questione di usanze e cultura”, ha detto. “Gli estremisti volevano farne un caso legato alla religione, ma molti ulema hanno accolto con favore la decisione”. Analogamente, ha dichiarato che gli ulema sostengono la volontà di bin Salman di ridurre il potere della polizia religiosa. “La polizia religiosa si è attribuita dei poteri che non le spettavano... Nessuno si è opposto, è stata una decisione saggia”.

Lo sceicco ha espresso opinioni tolleranti anche sulla scelta degli abiti femminili. Ha dichiarato che “non è importante” che le donne indossino il mantello nero (abaya) o il niqab, che copre il viso. Ma ha sostenuto che le donne, in tutti i paesi musulmani, dovrebbero continuare a coprirsi i capelli.

Lo sceicco ha poi dichiarato che era “del tutto infondata” la previsione, espressa da alcuni analisti, di una dura reazione al cambiamento da parte di gruppi religiosi più conservatori. Ha spiegato che altri ulema, come lui, accettano le riforme e che “esse serviranno a capire meglio la società saudita e a consentirne il progresso”.

Quando gli ho chiesto per quale motivo l'Arabia Saudita avesse appoggiato, così a lungo, una forma di Islam talmente oltranzista da apparire come un sostegno al fondamentalismo religioso, ha risposto: “Non dovremmo evitare di ammettere che sono stati commessi degli errori, in seguito corretti… È un nostro dovere affrontare l’estremismo religioso”.

A gennaio, Al-Issa ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale, dichiarando, in una lettera al direttore dell’Holocaust Museum (Washington), che la campagna di sterminio nazista è stata “in assoluto, una tra le più gravi atrocità commesse dall’uomo”.

Il nuovo atteggiamento saudita contro l'Islam radicale ha anche un lato operativo, che ho potuto scoprire lunedì durante una visita al nuovo Global Center for Combating Extremist Ideology (Centro mondiale per la lotta all’estremismo religioso - Riad), noto in arabo come Etidal (moderazione). Sotto una gigantesca cupola, centinaia di analisti siedono di fronte agli schermi dei computer e verificano che il traffico di comunicazioni in arabo sui social media non esprima segnali di sostegno nei confronti dei gruppi estremisti. Vige un’atmosfera un po’ minacciosa e da “Grande Fratello”, ma è pur sempre una risposta alla richiesta occidentale di combattere l'estremismo religioso che si annida nella società saudita.

Cosa pensano i cittadini di questi cambiamenti? Le dichiarazioni ufficiali e i sondaggi sono controllati dal regime, mentre i sondaggi privati sono soggetti a limitazioni. La migliore alternativa possibile, durante la mia breve visita, è stata quella di raggiungere una mezza dozzina di giovani sauditi riuniti in un luogo pubblico, un caffè all'aperto a piazza Thager, nella zona a nord-ovest di Riad, ed intervistarli per sentire le loro idee.

Non è stato, lo ammetto, un sondaggio scientifico. Tutti i giovani intervistati, però, hanno espresso la propria sincera soddisfazione per il processo di riforme. Particolarmente apprezzati sono stati gli interventi del principe bin Salman contro la corruzione: 381 ricchi sauditi, tra cui alcuni importanti dignitari, sono stati convocati al Ritz-Carlton di Riad lo scorso novembre e molti hanno dovuto restituire circa 100 miliardi di dollari, prima di essere rilasciati.

“Questo è l’inizio della giustizia. Il principe è ora uguale a qualsiasi altro cittadino, è già molto!" ha sostenuto Rakan al-Dossery, 26 anni, consigliere anti-corruzione in un liceo locale. “Il mondo intero sta cambiando. Non è una sorpresa che anche il regno cambi”, ha detto Abdul-Aziz al-Faraj, 29 anni, cassiere di banca.

Un giovane di nome Moab mi ha raccontato di aver aperto da poco un negozio di accessori per telefoni cellulari, che gestisce in aggiunta al suo lavoro di bancario. Il settore è sempre stato dominato dagli espatriati yemeniti. Secondo al-Faraj, “il cittadino medio saudita, fino a poco tempo fa, non avrebbe mai pensato di avviare un’impresa. L’unico desiderio era un impiego nel settore pubblico”.

Questa è l’apertura che sembra schiudersi nel regno, verso una società più moderna, imprenditoriale, meno timorosa, più attenta ai giovani. Per ora è un processo autoritario, calato dall’alto, ma sembra che possa ben espandersi nella società.

© 2018, The Washington Post