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Verso le elezioni di metà mandato

A novembre 2018 si terranno le cosiddette elezioni di "mid-term", collocate a metà del quadriennio presidenziale. Verrà rinnovata l'intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato, più 39 posti di governatore in altrettanti Stati. Come sempre, sarà un test fondamentale per il presidente in carica. Trump mette in gioco la sua fragile maggioranza al Senato (un voto di margine) e quella alla Camera, dove solo apparentemente la situazione è più tranquilla (attualmente, 235 repubblicani contro 193 democratici). Ed Rogers commenta la situazione attuale con il consueto equilibrio.

nota della redazione

Manca ancora un po’ di tempo alla conclusione delle primarie, ma la campagna elettorale sta ormai entrando nella classica routine estiva, che consiste principalmente in un susseguirsi di cene per raccolta fondi, parate per il 4 Luglio e altri eventi del genere. L’estate non è la stagione ideale per attrarre consensi, ma i candidati cercheranno comunque di combattere il crescente disinteresse verso la politica e tutto ciò che la riguarda. In ogni caso, ora che le primarie volgono al termine, i Repubblicani e i Democratici devono fare i conti con gli elementi che condizioneranno le elezioni di mid-term a novembre.

A questo punto della campagna elettorale, i Democratici appaiono finanziariamente forti, ma i loro candidati non sempre si presentano nelle condizioni migliori. Tra i liberal sono apparsi molti volti nuovi, mentre alcuni dei rappresentanti in carica, sfidati dall’ala sinistra, sono stati costretti a spostarsi dalle loro posizioni storiche verso idee più “progressiste”. Un esempio di questa situazione è la povera Dianne Feinstein, senatrice democratica della California, che si è sentita in dovere di accodarsi al trenino che va verso sinistra, rinnegando così decenni di posizioni centriste. Le idee introdotte dall’eccentrico movimento di protesta Occupy sono diventate la linea principale del partito Democratico. Come scritto all’inizio dell’anno Charlie Mahtesian, direttore di Politico, “la classe dirigente del partito è già stata sconfitta dall’ala sinistra”.

Detto questo, i Repubblicani non hanno ancora deciso come rapportarsi con la presidenza di Donald Trump e tutto ciò che ne deriva. Senza dubbio, il partito farà propri i risultati del presidente, ma il suo comportamento e il suo modo di fare continuano a infastidire anche molti di quelli che sperano nel suo successo.

Quindi, a cosa potrebbe portare questa situazione, nelle elezioni di novembre?

Da una parte, come evidenziato da Joe Scarborough – non certo un fan di Trump – in un articolo sul Washington Post di martedì scorso, i Repubblicani possono far valere i risultati finora raggiunti dal presidente, e sicuramente lo faranno: “i significativi tagli alle tasse, i maggiori finanziamenti per l’esercito, le riforme normative e l’indebolimento dell’Agenzia per la Protezione dell’ambiente. E ancora, l’intenzione di uscire dagli accordi climatici di Parigi, la rottamazione del patto nucleare con l’Iran, il ridimensionamento dell’Obamacare, lo spostamento dell’Ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme, l’attacco sferrato ai sindacati dei dipendenti federali e le politiche estreme contro l’immigrazione”.

Dall’altra parte, il più grande problema di Trump, stando ai Repubblicani in varie parti del paese, sembra essere il modo in cui viene percepito a livello umano: che si metta a discutere con la famiglia di un militare deceduto o che posti un discutibile tweet in occasione del Memorial Day, il presidente riesce sempre ad alienarsi le simpatie di molti elettori. Tra i Repubblicani, c’è chi lo sta ignorando completamente e chi addirittura ha lasciato il partito a causa sua. Altri hanno deciso di affidarsi all’analogia dell’elefante in una cristalleria: forse Trump romperà i bicchieri - dicono -, ma è pur sempre il nostro elefante. Poco convincente. E anche se la situazione è questa, alcuni hanno scelto di credere che gli eccessi, le dichiarazioni fuori dal coro e le uscite narcisistiche del presidente infastidiscano solamente chi - a giudizio di molti elettori Repubblicani - se lo merita. Ma chi aderisce al Grand Old Party non deve illudersi: il comportamento di Trump sta condizionando la politica odierna in modo negativo e forse duraturo, ben oltre la cerchia delle élite o dei commentatori politici.

In questa situazione, cosa decideranno di fare i Democratici, influenzati dagli esponenti dell’ala sinistra? Se ne staranno in silenzio ad aspettare che Trump affondi il partito Repubblicano dal suo interno? O si faranno avanti, correndo il rischio di essere loro stessi ad affondare, nel caso in cui gli elettori cominciassero a temere una frenata nella crescita economica appena avviata, qualora Trump e chi lo sostiene nel Congresso dovessero uscire di scena? I Democratici si presentano senza un progetto economico e sperano che le loro chiacchiere sugli ideali progressisti vengano in qualche modo preferite alla buona politica finanziaria portata avanti dai Repubblicani. Secondo un’inchiesta della CBS, “circa due americani su tre ritengono che l’andamento dell’economia nazionale sia positivo, e in molti ne attribuiscono almeno in parte il merito alle politiche del presidente Trump”.

Eppure, i Repubblicani non hanno ancora le idee chiare su come sfruttare i risultati di Trump e al contempo prendere le distanze dai suoi comportamenti più sgradevoli. Il più grande problema dei candidati è riuscire a capire quanto possono mostrarsi accondiscendenti, imbarazzati o dispiaciuti per le azioni del presidente, senza rischiare di perdere il sostegno di coloro che lo hanno votato.

© 2018, The Washington Post