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Vietate le bibite zuccherate in Gran Bretagna

In Italia, l’idea di una tassa che colpisca espressamente le bevande zuccherate è stata archiviata, ma in Inghilterra è entrata in vigore. Grazie alla nuova “sugar tax”, la vendita dei drink dolcificati è stata limitata nei supermercati e vietata ai minori di sedici anni. L’annuncio è stato dato dalla premier Theresa May, il cui programma include una specifica strategia contro l’obesità infantile, perché a consumare bevande zuccherate è circa il 10% dei bambini sotto i dieci anni. La tassa è di circa 33 centesimi di euro al litro per le bevande che contengono più di 8 grammi di zucchero per 1 decilitro, e di circa 20 centesimi di euro per quelle con 5-8 grammi di zucchero per ogni decilitro.

Anche il sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha deciso di intervenire nella questione vietando le pubblicità di alimenti e bibite ad alto contenuto di grassi o zuccheri, esortando le autorità di tutta la Gran Bretagna a fare lo stesso. Peraltro, la decisione di Khan è stata contestata da alcuni esponenti libertari e conservatori i quali ritengono che lo Stato non debba immischiarsi nelle scelte di alimentazione o di salute delle persone.

Contro il cibo spazzatura, già nei mesi scorsi, il sindaco aveva proposto il divieto di aprire nuovi take-away di cibi caldi e bevande gassate entro i 400 metri dalle scuole. Secondo i dati del governo britannico, infatti, un terzo dei giovani che entra al college è obeso. Al consumo di queste bibite ad alto contenuto calorico, si associano spesso patatine fritte, hamburger e dolci a base di strutto. Non esattamente una dieta mediterranea...

Ma non è finita qui. Secondo interviste condotte in California dalla Chapman University ad un campione di adolescenti tra i tredici e i diciannove anni, il 40% dei ragazzi che hanno l’abitudine di bere bibite zuccherate e gassate sembra soffrire d’insonnia, palpitazioni, nausea, dolori al petto e persino convulsioni. Se a questa “dieta” si unisce l’alcool, le conseguenze sull’organismo sono simili a quelle prodotte dalla cocaina.

Lo zucchero contenuto nelle bibite gasate è particolarmente dannoso. Una sola lattina da 33cl contiene tre quarti della razione giornaliera di zuccheri aggiunti che l’Organizzazione Mondiale della Sanità indica come limite massimo. Dopo aver bevuto una bibita gasata, è molto raro che ci si preoccupi di compensare cercando di assumere meno calorie nel pasto successivo, quindi una lattina al giorno può portare a un aumento di peso di più di 2 kg all’anno. Il fegato reagisce all’ondata di fruttosio liquido trasformandolo, per una certa parte, in materia grassa e questa, a sua volta, contribuisce all’insorgenza del diabete, delle malattie cardiovascolari e di altri problemi. Per esempio, tra i bambini americani che soffrono di obesità, i medici stanno riscontrando sempre più casi di steatosi epatica (o sindrome del fegato grasso), una situazione che comporta seri rischi per la salute.

Peraltro, va anche detto che in Italia, nei dieci anni dal 2006 al 2016 le vendite di bevande dolci / gassate sono calate del 19,4%. Le ragioni sono probabilmente sia economiche, trattandosi di beni voluttuari colpiti come molti altri dal calo dei redditi disponibili, sia salutistiche. Gli italiani hanno una consapevolezza ed attenzione alimentare molto maggiore rispetto tanti altri popoli occidentali. Non a caso, l'Italia risulta agli ultimi posti in Europa per consumi, con 38,8 litri di bevande analcoliche pro capite, molto al di sotto della media Ue di 67,1 litri. In vetta alla classifica, secondo i dati di Assobibe-Confindustria (associazione industriali di bevande analcoliche), si pongono Danimarca e Germania con oltre 105 litri pro capite. In Italia, le bevande analcoliche contribuiscono solo per l'1% dell'apporto calorico medio complessivo giornaliero.

In definitiva, sarebbe forse opportuno che un numero crescente di governi approvi tasse specifiche sugli zuccheri aggiunti, per convincere le persone a consumarne di meno, non diversamente da quanto avviene per il tabacco. In Italia, una tassazione di questo tipo, a ben vedere, già esiste, perché le bevande analcoliche sono gravate dall'aliquota Iva massima del 22%, contro il 4% o 10% che vale per gli altri alimenti.

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