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William Weld: una chance per il Conservatorismo negli Stati Uniti

“Questo” – disse Margaret Thatcher mentre lanciava sul tavolo un grosso libro di 500 pagine – “è ciò in cui crediamo”. Si trattava di “La società libera” (The Constitution of Liberty), di Frederich von Hayek, e gli uomini innanzi a lei erano i maggiorenti del partito Conservatore.

Lo stesso, importante, libro è la principale fonte di ispirazione per Bill Weld, il futuro candidato del partito Libertario per le elezioni presidenziali americane del 2020.

L’ex governatore repubblicano del Massachusetts (eletto due volte) ha partecipato alle varie convenzioni locali del partito Libertario e sarà presente alla convenzione nazionale, a New Orleans, prevista fra il 30 giugno ed il 3 luglio 2018. In quell’occasione, Weld cercherà di convincere il partito – che a volte sembra solo interessato ad una mera presenza di bandiera (“la libertà innanzi tutto”) – a candidarlo come portavoce di quei valori che un’ampia fetta di americani sente come propri: Stato leggero, sobrietà fiscale, libero commercio, imperio della legge, spesa pubblica responsabile, e altri principi che un tempo il partito Repubblicano sapeva e voleva difendere.

Tempo fa, quando un esponente Democratico osservò che uno degli antenati di Weld faceva parte dei padri pellegrini che arrivarono sulle coste americane a bordo del Mayflower, Weld replico: “In realtà, non erano a bordo di quella nave. Più esattamente, mandarono avanti i propri servitori per preparare le vettovaglie e gli alloggi…”. L’antenato in questione fu il 19° esponente della famiglia Weld a laurearsi ad Harvard. Il primo dei Weld a frequentare Harvard era stato iscritto alla Classe del 1650 [l’università fu fondata nel 1636 - ndt]. Da allora, il 20° e il 21° discendente della dinastia Weld hanno seguito lo stesso percorso di studi. Costoro furono due dei cinque figli che il 19° Weld ebbe dalla prima moglie, una antenata del presidente Theodore Roosevelt. Non a caso, due degli edifici che compongono il prestigioso complesso di Harvard sono intitolati alla famiglia Weld. In uno di essi, John Kennedy soggiornò durante i suoi studi.

Bill Weld – che si è laureato in studi classici, seguendo le lezioni di filosofia tenute da Robert Nozick, autore di “Anarchia, Stato e Utopia” (1974), un caposaldo del pensiero libertario – ritiene che “lo Stato minimo è cosa buona e giusta”. Weld lavorò per sette anni nell’amministrazione di Ronald Reagan e per cinque anni come procuratore nel Massachussetts. Fu indicato per tale incarico da Rudy Giuliani, che all’epoca era il procuratore generale degli Stati Uniti. In seguito, Weld fu capo della Divisione Criminale presso il ministero della Giustizia. In quella veste, indicò come proprio successore alla procura del Massachusetts un uomo che presentò come “la persona più efficiente e in gamba che si possa incontrare”: Robert Mueller… [l’attuale incaricato per le indagini sul Russiagate, direttore dell’FBI dal 2001 al 2013 - ndt].

All’età di 72 anni, Weld – che ha ancora folti capelli color rosso-sabbia – è pronto a tornare in campo, facendo tesoro della sua esperienza nel 2016 come candidato alla vicepresidenza per il partito Libertario. Come ci racconta, “durante la campagna ho avuto sempre come punto di riferimento il 10° Emendamento: ‘I poteri che la Costituzione non delega al governo federale degli Stati Uniti, o che essa non preclude ai singoli Stati, sono affidati a questi ultimi, o direttamente al popolo’ ”. Weld ama pensare che se fosse vissuto nella seconda metà del Settecento, si sarebbe schierato dalla parte degli Anti-federalisti [coloro che si opponevano ad un eccessivo peso del governo federale, ritenendo che la vera e originaria sovranità dovesse restare nelle mani dei singoli Stati federati - ndt]. E non vi è dubbio che l’avere oggi un presidente di simpatie anti-federaliste avrebbe una carica davvero dirompente nello scenario politico americano.

Nel 2016, Weld si presentò alle elezioni in abbinamento con Gary Johnson, ex governatore del New Mexico, che guidava il ticket come candidato alla presidenza. Purtroppo, Johnson mostrò di avere un interesse un po’ eccessivo per la marijuana e un po’ scarso per le vicende del medio Oriente, quando dimostrò, con pessima figura, di non sapere cosa fosse Aleppo (la seconda città siriana…). Non vi è rischio che Weld cada in un errore del genere.

Durante una recente colazione presso l’hotel Hay-Adams, in Lafayette Square, a poca distanza dalla Casa Bianca, Weld ha ricordato come durante il suo incarico da governatore abbia sempre evitato di gestire la spesa pubblica seguendo la deprecabile regola meccanica “Spese dell’anno precedente, più il 5%”. Weld ha tagliato le tasse 21 volte, e non ne ha mai aumentata una. Essendo un seguace della teoria di Nozick secondo cui la libertà è l’insieme degli “atti di scambio mercantile tra adulti consenzienti”, Weld afferma che il suo traguardo più soddisfacente è stato l’aver tagliato la tassa sui capital gain a lungo termine (ammontare della tassa: 6%), riducendola di un punto percentuale per ogni anno di detenzione dell’investimento azionario.

Se Trump vuole essere nuovamente il prossimo candidato repubblicano, ha tutte le chance per diventarlo. A 500 giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca, il tasso di approvazione tra i repubblicani è dell’87%, ben 10 punti percentuali sopra il livello che Ronald Reagan ottenne alla stessa distanza di tempo dall’elezione. D’altronde, è ben probabile che a fine 2019 vi saranno almeno 20 candidati presidenziali nel campo democratico, tutti ammucchiati in “dibattiti” televisivi che diventeranno gare tra chi sarà più smaccatamente pronto ad assecondare gli attivisti di partito fautori di qualsivoglia programma di spesa, dal “Medicare per tutti”, alle assunzioni a valanga nello Stato, alle sovvenzioni di ogni genere.

Se nel 2020 gli elettori avranno innanzi una doppietta di candidati tanto sgradevole come quella del 2016, ci sarà spazio per un terzo incomodo. Grazie agli sforzi profusi nel 2016, alle elezioni di medio-termine previste per autunno 2018, il partito Libertario sarà automaticamente ammesso ai ballottaggi finali in 39 Stati e, grazie ad una vasta schiera di volontari, ha buone chance di poterne aggiungere altri nove. Così, se il partito Libertario lo vorrà davvero, le elezioni presidenziali del 2020 rischiano di offrirci qualcosa che sinora è mancata in questo tipo di competizioni: un buona dose di divertimento. Forse potrà spezzarsi quel duopolio partitico che un numero sempre crescente di elettori trova ormai fuori dal tempo.

Uno scenario inedito e sorprendente sembra prepararsi all’orizzonte, e uno sguardo a Lafayette Square sembra confermarlo.

© 2018, The Washington Post